Luca De Biase e Vincenzo Moretti

Questo libro é dedicato ad Alberto.
All’allegria e alla dignità con la quale
ha saputo vivere, fino in fondo, la propria vita
.

Scrivere un libro é probabilmente uno dei modi migliori per contrarre debiti di riconoscenza. Man mano che si va avanti ci si rende conto di quante sono le persone a cui togli, e quindi devi, qualcosa. Con una gran faccia tosta facciamo finta di essere convinti che tutti coloro che ci hanno dato, in qualche modo, una mano, lo hanno fatto con sincera gioia.
Li ringraziamo tutti, in particolare Carmine Bonanni e Gerardo Di Paola il cui aiuto, come si dice, é stato veramente prezioso. A buon rendere.

Luca De Biase e Vincenzo Moretti

INDICE

L’EREDITÀ: NAPOLI TRA MACERIE E SPERANZE
A due passi dalla retrocessione pag. 5
Tra il “sopra” e il “sotto” non c’é il “mezzo” pag. 10
Nessun eroe solitario potrà salvarci pag. 13
Napoli senza normalità pag. 16
Bisogno di politica, quella con la P maiuscola pag. 20

IL SALTO DI QUALITÀ: COME LA CORRUZIONE DIVENTA SISTEMA
I conti del terremoto pag. 27
Le leggi “speciali” per la Campania e la Basilicata pag. 30
Nasce il comitato d’affari pag. 34
Quei cento milioni per Don Salvatore pag. 37
Una pattuglia di onorevoli inquisiti pag. 40
Vivere senza regole pag. 45

IL LATO OSCURO DELLA FORZA
Il rapimento Cirillo pag. 49
L’intreccio tra politica e camorra pag. 52
Il “sacco” di Napoli continua pag. 55
Lo scandalo viaggia in Metropolitana pag. 58
Gli interessi della “banda dei quattro” pag. 59
I campioni del mondo dell’appalto pag. 62
Concussi o corruttori? pag. 64
Una legalità a “doppio regime” pag. 68
La banda De Lorenzo pag. 70

LA PRIMAVERA NAPOLETANA: ISTRUZIONI PER L’USO
Protagonisti e interpreti pag. 73
Non solo vittime del sistema pag. 77
L’illegalità “istituzionale” pag. 81
Shopping al supermarket del carcere pag. 82
Com’é difficile guarire l’ospedale pag. 84
ATAN: una corsia preferenziale per l’efficienza pag. 87
Il privilegio non é più in Comune pag. 90
Promemoria per il futuro pag. 95

UN FEDERALISMO PER IL MERIDIONE
L’eroe dei due mondi pag. 97
Federalismo, non secessione pag. 100
La Malfa e la crisi dei partiti pag. 102
Il Centro Sud non crede a Bossi pag. 105
Alla Campania il primato della spesa pubblica pag. 107
Le cifre di un fallimento pag. 110
Liberismo e federalismo fiscale pag. 114
Il federalismo? Proviamo a guardarlo da Sud pag. 118
Stabilire le tasse e la capacità di spesa pag. 121
Proviamo ad immaginare il futuro pag. 124
Nuove regole per il mercato pag. 127
Ricostruire un’identità meridionale pag. 130
Nuovi sentieri di sviluppo pag. 134
La ricetta del federalismo pag. 139

EPILOGO pag. 141

L’EREDITÀ: NAPOLI TRA MACERIE E SPERANZE

A due passi dalla retrocessione

27 Dicembre 1993. Il Sole 24 Ore pubblica il “Check up delle province italiane”. È una specie di classifica della qualità della vita, città per città, territorio per territorio. Napoli occupa il 90% posto. Alle sue spalle, altre cinque province del Sud. Le ultime due sono campane e precisamente Salerno, 94%, e Benevento, 95%. Poco più sopra sono classificate Avellino, 85% e Caserta, 78%. Gli occhi scorrono numeri e tabelle alla ricerca di dati che confermino quella che appare già a prima vista una realtà del tutto evidente: la Campania é saldamente all’ultimo posto nella graduatoria delle regioni italiane.
La speranza di poter ascrivere un risultato complessivo tanto deludente all’incidenza di qualche indicatore particolarmente negativo si infrange rapidamente sugli scogli delle classifiche disaggregate per aree tematiche così come vengono proposte dall’indagine pubblicata dal quotidiano confindustriale. Da esse risulta infatti che la Campania detiene le seguenti posizioni tra le venti regioni italiane: tenore di vita, ventesima; affari e lavoro, diciassettesima; efficienza dei servizi, diciannovesima; ordine pubblico, ventesima; tempo libero, diciottesima; demografia, seconda. Insomma, se da queste parti é di casa l’inferno, si può dunque esser certi che rimarrà adeguatamente popolato ancora per molti anni a venire.
Torniamo a Napoli, cercando di sviluppare una riflessione collegata il più possibile alle indicazioni fornite dai dati statistici. Ragionare sulla base dei numeri, quantunque anch’ essi siano di frequente meno obiettivi di ciò che si crede, é infatti una condizione essenziale per contenere gli eccessi di discrezionalità a cui fatalmente si é esposti allorquando si affida una tesi soltanto alla forza delle proprie convinzioni. In questo ambito, la possibilità di mettere a confronto le tre maggiori città italiane può rappresentare la cartina di tornasole in grado di evidenziare lo stato di insostenibile arretratezza che, da molti versanti, ancora caratterizza, e condiziona, la vita dei cittadini napoletani.
Iniziamo questo viaggio comparativo tra le cifre del disagio metropolitano dando uno sguardo allo stato di salute dell’economia sulla base di tre diversi e particolari indicatori economici. Il primo si riferisce all’ammontare del valore aggiunto prodotto per abitante al costo dei fattori nel 1991 che é stato, a Napoli, di 16 milioni 70mila lire, a Milano di 30 milioni 420mila lire e a Roma di 26 milioni 590mila lire. Il secondo riguarda invece il numero di imprese fallite ogni 1000 registrate che nel 1992 sono state a Napoli 51,02, a Milano 32,05, a Roma 48,80. Il terzo mette infine in evidenza il fatto che, sempre nello stesso anno, nel capoluogo campano il 25,82% della popolazione residente in età lavorativa é risultata iscritta alle liste di collocamento (di questi, circa il 65% con un’età inferiore ai 29 anni), mentre a Milano lo stesso fenomeno ha interessato il 3,83% dei cittadini ed a Roma l’11,09%.
Anche se in estrema sintesi, (sono stati riempiti interi volumi su ognuno di questi aspetti) le cifre appena ricordate danno un’idea immediata dei profondi ritardi di una provincia che produce il 60% della ricchezza per abitante di Roma ed il 52% di Milano, che ha una mortalità delle imprese che invece é superiore di quasi 3 punti a quella di Roma e di circa 19 a quella di Milano e che ha tassi di disoccupazione più che doppi rispetto a Roma e quasi 7 volte superiori a quelli di Milano.
Oltre ad essere una città economicamente in grave crisi, Napoli é anche il posto nel quale il mestiere di vivere é caratterizzato da quozienti di difficoltà largamente al di sopra della media. Basta guardare agli standard assolutamente modesti che contraddistinguono la funzionalità e la qualità dei servizi che, come é noto, sono tra gli indici più attendibili per misurare il grado medio di vivibilità di una città per rendersene immediatamente conto. Gli esempi piccoli e grandi che possono essere addotti sono, a questo proposito, talmente tanti, che c’é solo l’imbarazzo della scelta. Prendiamo quello per molti versi più eclatante, relativo al funzionamento delle strutture scolastiche. Ancora nel 1993, secondo il provveditorato agli Studi, Napoli aveva una carenza di 2214 aule rispetto al proprio fabbisogno. A ciò bisogna aggiungere che, come si legge nel volume Dossier mafia per le scuole, (Commissione Parlamentare Antimafia, Roma, 1994) “molte scuole sono allocate in edifici originariamente destinati ad abitazioni civili e successivamente riadattati all’uso scolastico, con una tipologia completamente inidonea al servizio che in esse si dovrebbe rendere; (..e che..) il regolare inizio dell’anno scolastico 1993-1994 era messo in forse in quanto circa 300 edifici scolastici non erano in condizioni di aprire”. Siamo di fronte a cifre del tutto eloquenti, che hanno fra l’altro il pregio di rendere in larga parte comprensibili i motivi per i quali nella provincia di Napoli le percentuali di studenti ripetenti di ogni ordine e grado sono superiori sia a quelle della Campania che a quelle dell’intero Paese, nonostante un tasso di evasione dalla scuola dell’obbligo nettamente al di sopra della media nazionale.
La situazione non si presenta diversa quando ci si sposta verso l’universo delle “piccole” cose. A Napoli infatti una lettera impiega mediamente 4 giorni per essere recapitata, a fronte dei 3,9 giorni di Milano ed ai 3,5 di Roma. Per avere un allacciamento telefonico per uso domestico ci vogliono invece, sempre in media, 15 giorni quando a Milano ne bastano 8 ed a Roma 7. Insomma, verrebbe davvero da pensare che per una strana maledizione le cose a Napoli non possano mai funzionare nel modo giusto. Del resto, quale altra città del mondo avrebbe potuto ispirare in un rigoroso ed apprezzato intellettuale l’idea di elaborare una filosofia ad hoc e denominarla filosofia del rotto? Era il lontano 1926 e Alfred Sohn-Rethel (Napoli:la filosofia del rotto, Caròla Editrice, 1991) scriveva che “a Napoli i congegni tecnici sono quasi sempre rotti: soltanto in via eccezionale, e per puro caso, si trova qualcosa di intatto. Se ne ricava a poco a poco l’impressione che tutto venga prodotto già rotto in partenza.(…) per il napoletano le cose cominciano a funzionare soltanto quando sono rotte”. Sarebbe strano non domandarsi per quali motivi le riflessioni semiserie di Sohn-Rethel possano ancora oggi mantenere, a distanza di quasi 70 anni, indubbi elementi di attualità. Gli esempi che possono essere portati a sostegno di tale convinzione sono pressoché infiniti. Basta guardare allo stato in cui versano le aziende municipalizzate, da quella dei trasporti a quella che gestisce l’acquedotto, o la quasi totalità delle strutture ospedaliere, per rendersene immediatamente conto.
Probabilmente, un mix di inefficienze e sprechi così ampiamente diffuso non sarebbe stato raggiungibile senza il concorso di più fattori. Tra essi, quello di gran lunga più rilevante é riferibile al ruolo svolto dalle amministrazioni locali che hanno avuto con le aziende di servizio pubblico, come vedremo diffusamente da qui a poco, un rapporto finalizzato essenzialmente alla costruzione ed al mantenimento di un sistema affaristico clientelare fondato sull’intreccio perverso tra il potere politico, quello economico e quello malavitoso. Ciò in molti casi ha prodotto come ulteriore corollario negativo, la necessità di inserire ai vertici di tali società dirigenti dotati di scarsissima capacità decisionale. Un management a sovranità limitata, dunque, che rispondesse non della qualità e dell’efficienza dei servizi offerti ai cittadini, bensì della propria capacità di organizzare e garantire il più ampio consenso possibile attorno al gruppo o alla corrente politica di riferimento.
Gli stessi lavoratori, anche quando hanno cercato di resistere alla tentazione di rappresentare una ulteriore rotella dell’ingranaggio, hanno comunque incontrato grandi difficoltà ad individuare le motivazioni che avrebbero dovuto consentire loro di affermare e sviluppare una propria etica della responsabilità, di essere cioé consapevoli della loro funzione decisiva nel processo di miglioramento della produttività e dell’efficacia dei servizi nell’ambito dei quali prestano la loro opera. Il pessimo esempio che veniva dall’alto, la diffusa tendenza a riconoscere l’appartenenza molto più che i meriti, la garanzia “a prescindere” del posto di lavoro hanno finito col giocare, in questo senso, un ruolo decisivo. Non a caso, nella concezione popolare, ottenere un impiego presso le aziende pubbliche ha “storicamente” rappresentato la conquista di una condizione privilegiata che ha trovato perfino una sua precisa definizione nel concetto del “posto” come qualcosa di sostanzialmente diverso dal “lavoro”.
Naturalmente, con ciò non si intende mettere in discussione gli sforzi, data la situazione assolutamente meritori, di tutti coloro che a diversi livelli ed in condizioni difficilissime hanno lavorato con impegno e senso del dovere. Ad essi si devono certamente le isole di efficienza, o anche solo di umanità, che non sono comunque mancate nel pianeta servizi. Il fatto é, come avremo da più versanti modo di vedere, che l’impegno del singolo se ha un grandissimo valore sul terreno della dignità personale, non riesce però, da solo, a produrre i mutamenti strutturali necessari, come la storia di questi anni purtroppo dimostra. Alla costruzione di questo meccanismo perverso hanno in parte contribuito perfino le sue principali vittime, i cittadini, con la loro diffusa incapacità di avere, per la cosa pubblica, almeno lo stesso riguardo che si ha per le proprie cose. Una casa, un parco, una struttura pubblica a Napoli non sempre sono state considerate dall’insieme dei cittadini come qualcosa da proteggere, da salvaguardare; c’é stato spesso troppo poco rispetto per il bene comune.
Ovviamente, i diversi fattori presi in esame non vanno considerati sullo stesso piano in una ipotetica scala classificatoria delle responsabilità. Ciò non toglie però che la volontà di cambiamento, per essere credibile, non può che poggiare su una strategia di tipo organico, che preveda e solleciti in quanto tale il concorso di tutti i soggetti interessati. Da questo punto di vista, ci sembra interessante sottolineare il primo atto ufficiale del nuovo presidente dell’ATAN, l’azienda di trasporto napoletana: una lettera inviata ai 4900 dipendenti, nella quale egli ha sostenuto che “la difficile situazione dell’Atan é oggi sotto gli occhi dell’opinione pubblica che attende risoluzioni e cambiamenti, per un rapido rinnovamento dell’azienda e dei suoi servizi alla città. La sfida che si propone a tutti noi, é quella di riformare profondamente i nostri comportamenti, a tutti i livelli della gerarchia aziendale per avviare un processo di recupero di efficienza e di immagine dell’Atan”. Una presa di posizione che sembrerebbe non estemporanea, visto che lo stesso sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, ha più volte affermato che “alla svolta politica deve corrispondere un profondo mutamento nel metodo di lavoro, nell’efficienza e nella produttività”.

Tra il “sopra” e il “sotto” non c’é il “mezzo”
E’ del tutto evidente che affinché‚ tali affermazioni si dimostrino qualcosa di diverso dalla marea di impegni mai mantenuti di cui é intessuta la storia di Napoli e del Mezzogiorno, occorrerà che la vera sfida sia vinta sul terreno dei fatti. Il che, obiettivamente, non sarà cosa facile, date le difficoltà nelle quali versa, da molteplici punti di vista, la città. Se si guarda ad esempio alla utilizzazione del tempo libero si scopre che i napoletani hanno speso nel 1992 per spettacoli sportivi 9.732 lire per abitante a fronte delle 26.512 lire dei milanesi e delle 18.980 lire dei romani; per spettacoli teatrali, musicali, cinematografici 15.035 lire contro le 45.760 lire dei milanesi e le 44.161 lire dei romani. Con un eufemismo si può dunque affermare che i cittadini napoletani si concedono meno possibilità di svago rispetto a quelli milanesi e romani aggiungendo, tanto per non contraddirsi, che le stesse opportunità che sono loro offerte sul terreno culturale, risultano, da molti punti di vista, più limitate. A Napoli sono presenti infatti 18,25 associazioni artistico-culturali ogni 100mila abitanti a fronte delle 25,55 di Milano e delle 49,92 di Roma; contemporaneamente, nel capoluogo campano ci sono 6,82 librerie ogni 100 mila abitanti, mentre in quello lombardo esse sono 8,10 e nella capitale 12,16. Può sembrare perfino curioso che tutto questo possa accadere in una città che é da sempre terra di cultura, che può vantare una delle più antiche e prestigiose Università del nostro Paese, che é sede di Istituti umanistici e scientifici di fama internazionale. Il fatto é che Napoli, nel bene e nel male, é una città nella quale tra il “sopra” ed il “sotto” c’é sempre troppo poco “mezzo”. Da questo punto di vista, si può perfino rappresentarla come una piramide a struttura lunare nella quale il vertice e la base vengono tenuti assieme, per l’appunto, da un tessuto intermedio fatto soprattutto di grandi buche e di spazi vuoti.
Tornando alle nostre cifre ed operando una decisa virata dalle questioni relative alla “mens” a quelle non meno importanti del “corpore” abbiamo modo di verificare, coerentemente con la celebre massima, che a Napoli le palestre in attività ogni 100mila abitanti sono 7,9 contro le 12,69 di Milano e le 12,26 di Roma.
Per trovare una graduatoria nella quale Napoli occupi le prime posizioni occorre spostare la nostra attenzione verso quegli indicatori che alle difficoltà di vivere si riferiscono in maniera letterale, come ad esempio gli omicidi volontari denunciati per ogni 100mila abitanti che sono stati quasi il triplo di quelli di Milano e Roma o come le rapine in banca ogni 100 sportelli che sono state 23,65, praticamente il doppio di quelle di Milano (11,90) e del 10% superiori a quelle registrate a Roma (20,79).
In un tale contesto la massiccia presenza e l’iniziativa della camorra sul territorio hanno fortemente influito su quel processo di costante aumento dei livelli di disgregazione sociale che ha ormai raggiunto valori da vero e proprio allarme rosso. I dati presentati dalla commissione parlamentare antimafia nella relazione sulla camorra approvata il 21 dicembre 1993 forniscono, da questo punto di vista, elementi di valutazione particolarmente significativi.
“Oggi le organizzazioni camorristiche, con circa 111 clan ed oltre 6.700 affiliati, rappresentano, in una regione che ha 549 comuni e 5.731.426 abitanti, una vera e propria confederazione per il governo criminale del territorio con decisive capacità di condizionamento dell’economia, delle istituzioni, della politica, della vita quotidiana dei cittadini.(…) Il più alto numero di comuni sciolti per mafia é in Campania, 32, contro i 19 della Sicilia, gli 11 della Calabria, i 6 della Puglia”( ). Di cosa si occupino le diverse bande camorristiche ce lo ricorda invece la relazione del Procuratore generale della Corte di Appello di Napoli sull’amministrazione della giustizia nel 1993. “L’ambito economico degli affari dei clan camorristici é praticamente illimitato: esso spazia dagli appalti all’usura, dalle estorsioni al contrabbando di sigarette, dal totonero al traffico e spaccio minuto di stupefacenti, dalle rapine (in genere fuori dalla Campania) alle truffe CEE e all’importazione clandestina di carni.” Né bisogna dimenticare che la Campania detiene i primati relativi al numero di amministratori rimossi dall’incarico per atti contrari alla costituzione, 64, contro i 37 della Calabria, i 29 della Puglia ed i 26 della Sicilia; al numero di magistrati indagati penalmente, 19 su un totale di 44 (i restanti sono 11 in Puglia, 9 in Sicilia, 3 in Lombardia, 1 in Piemonte, 1 in Veneto); al numero di parlamentari indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso, 8.
Per ovvie ragioni, la parte del leone, in queste classifiche del disonore, tocca a Napoli. Degli oltre 100 clan presenti in Campania, infatti, 67 operano prevalentemente nella provincia di Napoli. Bisogna inoltre tener presente che, come ricorda la Commissione Antimafia “per ragioni di corruzione o per connessioni mafiose sono stati arrestati a Napoli un eé sindaco e 16 eé consiglieri comunali, un eé presidente della provincia ed un eé assessore provinciale all’ecologia e all’ambiente, un eé presidente della regione, 5 consiglieri regionali e 6 assessori regionali”. Infine, non si può fare a meno di ricordare che Napoli é stato il primo e unico grande Comune per il quale é stato dichiarato il dissesto finanziario. E davanti a circa duemila miliardi di deficit, per i 3/4 attribuibili alla enorme falla delle municipalizzate, non si può nutrire alcun dubbio sul fatto di essere in presenza di un vero e proprio crack.

Nessun eroe solitario potrà salvarci
A guardare Napoli attraverso queste cifre, ci si rende immediatamente conto di trovarsi di fronte ad un’eredità molto pesante, ad un concentrato di elementi tanto negativo che a tratti sembra veramente impossibile riuscire a produrre una qualche trasformazione significativa. A pensarci bene, in questa città sono state scritte, e vissute, storie che non sarebbe sbagliato definire ai confini della realtà. Proprio per questo però occorre avere ben salda la consapevolezza che non ci sarà nessun eroe solitario in grado di rappresentare la figura di salvatore della Patria. Come vedremo, la stessa azione dei giudici, se lasciata isolata, sarebbe destinata presto o tardi a fallire. La consistenza della palude é, infatti, tale da rendere inutile e velleitario qualunque tentativo isolato, indipendentemente dalle motivazioni e dai principi che potrebbero animarlo. I dati fino ad ora considerati, dai quali emerge una rappresentazione delle condizioni economiche e sociali di quella che fu la capitale del Regno delle due Sicilie che possiede una forza superiore a quella di molti ragionamenti, ne costituiscono la chiara conferma. Per dirla in una battuta, nel suo registro dei conti Napoli presenta cifre da profondo rosso. Ad esse é possibile rapportarsi in diverse maniere. Si può ad esempio decidere, con una sufficiente dose di buon senso, di “chiudere il libro”, stabilendo che per questa città non c’é ormai più nulla da fare. Oppure si può attingere all’altro filone di quel pensiero fatalqualunquista che un peso non trascurabile ha nella cultura e nella vita napoletana, affermando, magari facendo finta di crederci, che prima o poi le cose si aggiusteranno. O invece, e noi siamo tra questi, si può fare affidamento su tutti coloro che senza nascondersi le difficoltà sono consapevoli che é giunto il momento in cui non serve n‚ illudersi e n‚ rassegnarsi, che occorre provare a mettere assieme le forze, con pazienza e tenacia, per capire, e cambiare davvero.
È vero, qualcosa si muove. Il 22 novembre ed il 5 dicembre del 1993 passeranno alla cronaca e, forse, alla storia, come i giorni in cui i napoletani hanno manifestato, con il voto, quella che quasi tutti i commentatori hanno definito una inequivocabile voglia di rompere con il passato. Con quelli che ne erano stati a lungo gli incontrastati e vincenti dominatori, ma anche con il proprio passato, con loro stessi. Cosicché coloro che appena un anno e mezzo prima avevano consentito al pentapartito di ottenere oltre il 60% dei voti, quello stesso pentapartito avevano invece questa volta voluto vedere sconfitto, umiliato senza neppure l’onore delle armi, escluso finanche dalla partecipazione al ballottaggio. Segnali sicuramente positivi giungono anche dal fronte della lotta alla camorra. Nuove crepe si stanno aprendo nell’organizzazione, sempre più evidente si sta facendo l’intreccio tra potere politico, potere economico, potere camorristico, nuove connivenze stanno venendo alla luce grazie alla collaborazione di importanti capi camorristi. Lo stesso fatto che ad essere coinvolti dalle inchieste sono stati perfino alcuni magistrati potrebbe indurre, assieme agli ovvi e legittimi elementi di preoccupazione, a guardare con fiducia ad un futuro in cui la giustizia sia finalmente uguale per tutti proprio perché in grado di procedere senza mostrare particolari riguardi per nessuno.
Nonostante gli indubbi segnali positivi, sarebbe però un grave errore ritenere che la “rivoluzione” del ’93, la emarginazione di partiti ed uomini che per tutti gli anni ’80, e l’inizio dei ’90, erano sembrati perfino onnipotenti, sia un fatto scontato, rappresenti oramai una sorta di evoluzione naturale del processo in corso.
Sulla scacchiera della Napoli futura la partita é infatti ancora tutta da giocare ed i suoi esiti sono ancora largamente indeterminati. Perché‚ una “rivoluzione” si compia c’é bisogno che cambino non solo uomini, ma anche regole, coscienze e sentire collettivo; c’é bisogno che si formi una nuova classe dirigente e, contemporaneamente, che i cittadini comprendano fino in fondo la necessità di colmare con la partecipazione, l’impegno, la responsabilità, il rigore, i troppi buchi presenti nel tessuto sociale della città. Altrimenti, i rischi che il processo di frantumazione continui ad andare avanti sono obiettivamente destinati ad aumentare. Occorrerà perciò spezzare le tante tele tessute all’ombra del sistema di connivenze, complicità, affari tra poteri pubblici e poteri camorristico-malavitosi affinché‚ il cambiamento non si limiti alla superficie, per fare in modo che il tutto non si trasformi in una mega operazione di restyling della vecchia classe dirigente o anche, il che dal nostro punto di vista non fa molta differenza, del vecchio sistema.
Solo quando una nuova cultura ed una nuova pratica di governo fondata sulla partecipazione alla res pubblica, sulla trasparenza degli atti amministrativi, sulla competenza, sull’efficienza degli apparati burocratici e dei servizi sarà definitivamente affermata ed avrà sostituito il sistema precedente fondato sulla discrezionalità e sull’arbitrio, l’atto di nascita della seconda repubblica si potrà dire, anche per i cittadini napoletani, formalmente e sostanzialmente compiuto.

Napoli senza normalità
Napoli é ancora molto lontana da tutto questo. E’ una città dove tutto appare esasperatamente precario, labile, contraddittorio, dove sembra non esistere normalità. A tratti in essa scompare perfino la speranza che si possa vivere un’esistenza basata su regole democratiche certe e condivise. Eppure, la democrazia ha segnato fin dalle origini la storia di questa città.
Come ricorda uno dei più grandi storici dell’antichità, Julius Beloch, nel suo magnifico volume sulla Campania (Bibliopolis,1989) fu in seguito alla fallita insurrezione del popolo di Cuma contro la nobiltà che avvenne la conquista di Parthenope da parte dei cumani. La città fu distrutta ed analoga sorte subì il rito della omonima dea protettrice.
Ma in seguito ad una violenta epidemia che colpì Cuma l’oracolo, interrogato, ordinò che la città fosse ricostruita ed il culto della dea ripristinato. La nuova città fu chiamata Neapolis. Ma la tradizione democratica della città si alimenta anche di fatti accaduti in epoche meno lontane. In particolare, ci sembra utile soffermare la nostra attenzione su quanto é avvenuto fra il 25 giugno 1799 ed il 19 giugno 1800 quando Napoli ha vissuto, con la proclamazione della Repubblica partenopea, uno dei momenti più significativi della sua storia contemporanea. Ancora oggi, nonostante la breve durata ed il tragico epilogo, é difficile resistere al fascino esercitato da quegli avvenimenti. L’alto valore umano e politico dei capi rivoluzionari e la qualità delle loro idee e dei loro programmi ha contribuito, molto probabilmente, a rendere duratura tanto la fama delle loro gesta quanto il rimpianto per ciò che poteva essere e non é stato.
Non a caso Vincenzo Cuoco, nel suo famoso Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli (Rizzoli,1966) ne avrebbe parlato come di “una rivoluzione che dovea formare la felicità di una nazione, e che intanto ha prodotta la sua ruina (. .A Napoli..) si vedrà in men di un anno un gran regno rovesciato, mentre minacciava conquistar tutta l’Italia;(..)la libertà nascere e stabilirsi quando men si sperava; il fato istesso combattere per la buona causa, e gli errori degli uomini distruggere l’opera del fato e far risorgere dal seno della libertà un nuovo dispotismo e più feroce.” Cuoco scriveva il suo saggio quando il fallimento della rivoluzione si era appena consumato, eppure le sue sembrano quasi parole premonitrici; alle soglie del terzo millennio, ed a quasi duecento anni dalla rivoluzione partenopea del 1799, Napoli si trova infatti ad avere ancora una volta una grande opportunità di rinascita ed allo stesso tempo, ne sia consapevole o meno, essa non ha ancora completamente eliminato i rischi che nasca e si affermi un nuovo dispotismo.
Vale la pena insistere su questo punto. La scelta di valutare ciò che sta accadendo oggi sotto i nostri occhi guardando contemporaneamente a quanto é avvenuto durante l’esperienza del 1799 può rivelarsi infatti di grande interesse. Ciò ovviamente non per un banale ossequio alla famosa teoria, anch’essa napoletana, dei corsi e ricorsi storici ma perché siamo convinti che dalla ricerca dei possibili elementi di connessione tra le due vicende, possano venire utili ed importanti istruzioni per il futuro.
La prima relazione che viene alla luce, in questo processo di individuazione ed analisi delle affinità, é per certi versi emblematica e per altri perfino curiosa, e si riferisce al ruolo svolto, nella prima così come nella attuale rivoluzione napoletana, dal ceto forense. Avvocati, magistrati, notai saranno tra i maggiori protagonisti dell’esprienza repubblicana della fine del 1799. Mario Battaglini, in La repubblica napoletana, (Bonacci, 1992) scrive che “La struttura sociale del primo gruppo di congiurati antimonarchici (…) era fatta nel seguente modo: il gruppo più numeroso é quello dei dottori in legge, e cioé 28 elementi; seguono i nobili con 15, poi gli ecclesiastici con 12, gli studenti con 10 e così via”. Del resto, come é noto, nel corso della prima rivoluzione napoletana, gli studiosi del diritto oltre ad aver avuto un ruolo predominante per numero e responsabilità, hanno anche e soprattutto affermato una precisa egemonia culturale e politica che gli derivava dall’esser stati i veri e propri teorici della rivoluzione. I segni premonitori della funzione di assoluto primo piano che sarà svolta dai giuristi in quello che diventerà il Sud d’Italia erano per altro rintracciabili già nella fase di formazione dello stato moderno. Giuseppe Galasso, ha scritto nel suo saggio Le forme del potere, classi e gerarchie sociali (Storia d’Italia, Einaudi,1972) che “i forensi costituiscono il solo ceto che (con forza degradante da Napoli alla Sicilia e alla Sardegna) riesca ad acquistare rilievo effettivo nei riguardi del baronaggio e a svolgere al servizio del re un ruolo politico di primaria importanza.” Ed é ancora a Napoli che nasce, per mano di Gaetano Filangieri, la “Scienza della legislazione”, un’opera destinata ad avere un peso decisivo nella formazione del pensiero giacobino in Francia e nel resto d’Europa. Come afferma Franco Venturi, nel suo saggio L’Italia fuori d’Italia (Storia d’Italia, Einaudi, 1973) “Nel 1787 usciva a Madrid una versione castigliana della Scienza della legislazione, destinata ad accompagnare il cammino della penisola iberica nell’età rivoluzionaria, in quella napoleonica, fino ad oltre la rivoluzione del 1820, come provano le ripetute ristampe, le confutazioni, i tentativi, che anche questa volta non mancarono, compiuti dall’Inquisizione per arrestare la sempre più larga diffusione di quest’opera.” Diverse edizioni del volume videro inoltre la luce non solo in Francia, dove sarebbe stato strano che fosse avvenuto il contrario, ma anche in Germania e nel resto d’Europa. A riprova di un protagonismo in nessun momento venuto meno, coloro che più degli altri combatterono per la nascita della repubblica saranno gli stessi che, quando si tratterà di pagare il prezzo della sconfitta e della feroce repressione ad essa seguita, si troveranno, ancora una volta, in prima linea. Ben 28 dei 120 patrioti condannati a morte verranno infatti dalle fila degli uomini di legge. Indubbiamente, le coincidenze con quanto sta avvenendo ai giorni nostri sono molte. Si può perfino ragionevolmente sostenere che dopo due secoli sono ancora una volta i seguaci della dea Ate a mettere in discussione “l’ancien regime”, a tentare di spostare l’ago della bilancia dal versante del potere a quello del diritto, obbligando di fatto il potere stesso a fare i conti con la propria storia. I magistrati si sono ritrovati infatti, a causa di una classe dirigente riuscita nella non facile impresa di farsi travolgere da una crisi allo stesso tempo di rappresentanza e di legalità, ad essere i protagonisti della fase di destrutturazione del sistema di potere dominante, e a partecipare, spesso loro malgrado, alla lotta senza esclusione di colpi tra vecchio e nuovo che essa ha determinato. Contemporaneamente, però, non va sottovalutata una differenza fondamentale che esiste tra la funzione assegnata al ceto forense nel contesto storico relativo alla prima rivoluzione napoletana e quella attuale. Era infatti del tutto naturale che i giuristi riformatori del éVIII secolo, rispetto ai problemi ed alle sollecitazioni del loro tempo, avvertissero sopra ogni altro il bisogno di misurarsi con il compito di ideare nuovi principi e nuove regole. Anche se con alterne fortune, esse avrebbero poi rappresentato l’ordinamento giuridico sulla base del quale sarebbero stati riorganizzati gli stati dando ad essi una struttura democratica più avanzata. Non a caso, come sostiene Maria Antonietta Macciocchi in Cara Eleonora ( Rizzoli, 1993) “l’assioma filosofico, giuridico e politico che percorre l’opera di Filangieri sta nel sostenere la libertà dei cittadini di scegliere i propri governanti, sta nel primato della legge contro l’arbitrio del sovrano”. La funzione “costruens” ha dunque rappresentato in quella fase il punto centrale dell’azione giuridica. Completamente diverso é invece il discorso quando lo riferiamo alla fase attuale. Detto molto semplicemente, se oggi, nonostante la nostra costituzione assegni al potere giudiziario la specifica funzione di controllo sulla corretta applicazione e sulla osservanza delle leggi da parte dei cittadini, i magistrati hanno finito oggettivamente con l’occupare uno spazio politico diventando sotto certi aspetti gli artefici del terremoto che ha fatto crollare il vecchio sistema, non si può non rilevare che siamo in presenza di una evidente anomalia. Anomalia che sarebbe peraltro destinata ad ampliarsi nel momento in cui ai giudici fosse delegato il compito di fare da costruttori della nuova fase. Nel nostro ordinamento la funzione “costruens” spetta infatti al parlamento liberamente eletto dal popolo o al popolo stesso attraverso i referendum mentre all’apparato giudiziario é assegnato, come abbiamo detto, il compito di vigilare sul rispetto delle regole.

Bisogno di politica, quella con la P maiuscola
Lo stato di sostanziale illegalità in cui si é venuta a trovare larga parte della struttura di potere del sistema Italia a causa del suo distorto rapporto con quelle regole che esso stesso si era dato e che ha sempre più deliberatamente scelto di non rispettare per disonestà, incapacità, vincoli con poteri occulti e criminali, legami internazionali, ha determinato un sovraccarico di responsabilità e di attese sulle spalle dei magistrati oltre che sbagliato, anche assolutamente controproducente. Individuare le soluzioni strutturali per riparare alle attuali patologie del sistema non spetta infatti ai giudici. Dovrà essere il parlamento ad avere come obiettivo prioritario la definizione di quelle nuove regole indispensabili per avviare concretamente il processo di ricostruzione senza correre il rischio di rimanere schiacciati dalla pesante eredità che la prima repubblica ci ha lasciato.
Altre strade, francamente, non ci sembrano realistiche, né quando invocano il perenne dominio della magistratura né, tantomeno, quando sostengono più o meno chiaramente che occorre stendere un velo pietoso sul passato. La seconda sarebbe comunque ancora più pericolosa della prima. Essa avrebbe infatti il solo effetto di favorire il ritorno, magari sotto mentite spoglie, del vecchio regime. Come afferma una antica massima cinese, se é vero che non bisogna ricercare vendette, é altrettanto vero che non si può dimenticare. Occorre fare giustizia e ricostruire. E nella fase di ricostruzione dovrà necessariamente tornare in campo la politica, quella con la P maiuscola. Perché questo avvenga sarà decisivo il ruolo di coloro che rappresentano l’essenza stessa della società democratica, i cittadini.
Quest’ultima considerazione ci offre la possibilità di introdurre due questioni a nostro giudizio estremamente rilevanti per una giusta comprensione tanto di ciò che sta avvenendo oggi che di quello che ha segnato il corso della storia durante la rivoluzione del 1799.
La prima attiene all’importanza che sul destino delle rivoluzioni rivestono coloro che fanno parte di quella che autorevoli studiosi hanno definito la società di mezzo.
Già negli anni che precedettero la prima rivoluzione napoletana tale questione doveva essere ritenuta di grande importanza se é vero, come sostiene Stuart J. Woolf (La storia politica e sociale, Storia d’Italia, Einaudi, 1973) che “A Napoli (..) il Genovesi si dedicò all’educazione del popolo, dell’ordine mezzano, come egli lo chiamava, di cui facevano parte i preti, i frati, i professori delle lettere, i giureconsulti e tutti i gentiluomini privati. mentre i suoi successori Filangieri e Pagano riposero, in modo meno generico, le loro speranze in un corpo idealizzato di onesti magistrati. (..Si avvertiva il bisogno di..) un attivo ceto medio, composto da individui intraprendenti non privilegiati e non eccessivamente facoltosi”. Di lì a poco, sarebbe iniziata la discussione, purtroppo ancora aperta, attorno alla necessità che si costruisse una vera e propria classe dirigente.
Ancora oggi in questo nodo irrisolto va ricercata una delle ragioni fondamentali dei ritardi che contraddistinguono la società meridionale tanto dal versante dello sviluppo socioeconomico quanto da quello del consolidamento del tessuto democratico. Città e regioni che hanno prodotto grandi ingegni in ogni campo, dalle arti alla politica, dall’economia al diritto, ed i cui popoli hanno da sempre avuto una propria cultura, una propria storia fatta di sconfitte e di conquiste, di grandi fedeltà ed altrettanto grandi tradmenti, di slanci coraggiosi di autonomia e quotidiani esempi di subalternità, non hanno mai visto il formarsi di una borghesia, di un tessuto sociale ed economico intermedio con una propria identità. Probabilmente, hanno ragione coloro che sostengono che l’unico tentativo serio in questo senso fu soffocato con la repressione seguita alla sconfitta della repubblica napoletana.
La mancanza di una classe dirigente ha avuto non poca influenza sulla seconda questione che intendiamo sottolineare e che si riferisce a quello che potremmo definire il rapporto tra rivoluzione e popolo o, se si vogliono usare parole e concetti più attuali, tra struttura del cambiamento e ruolo dei cittadini. Come é noto, se Re Ferdinando e Maria Carolina poterono tornare abbastanza rapidamente sul loro trono lo dovettero innanzitutto alle truppe sanfediste che combattevano sotto le insegne del cardinale Ruffo. Ed anche successivamente, nel tempo della restaurazione e della repressione, come ricorda Vittorio Dini nella sua introduzione a I giustiziati di Napoli (Linea d’ombra, 1992) “univoco, assolutamente negativo, é l’atteggiamento del popolo, all’interno della rappresentazione delle esecuzioni. Sempre passivo, si limita ad urlare: Viva il Re; una volta addirittura gli viene attribuito un vero e proprio atto di cannibalismo (secondo il cronista di san Paolo, a proposito dell’esecuzione del foggiano Niccolò Fiani);(…) Sola eccezione, la testimonianza di Pietro Colletta del popolo impietosito di fronte alla morte della Sanfelice, incinta e malata.”
E’ dunque del tutto comprensibile lo sdegno dell’avvocato Niccolò Carlomagno che, ricorda Cuoco nel volume citato, “montato già sulla scala del patibolo, si rivolse al popolo e gli disse: popolo stupido! tu godi adesso della mia morte. Verrà un giorno, e tu mi piangerai; il mio sangue già si rovescia sul vostro capo e, se voi avrete la fortuna di non esser vivi sul capo dei vostri figli”. Egli si vedeva infatti deriso, umiliato, in quell’ora per lui tragica, da quello stesso popolo per la cui libertà si era battuto. La sua rabbia, il suo rancore erano dunque più che giustificati. Se però torniamo a guardare a quelle vicende, come ci sembra necessario, con il distacco riservato ai fatti della storia, può rivelarsi di grande interesse provare ad interrogarsi circa le ragioni per le quali il popolo si schierò con tanta decisione dalla parte del vecchio regime.
Una risposta di tipo antropologico, tutta fondata sulle caratteristiche di una plebe, i famigerati lazzaroni, di cui quasi tutti i visitatori di passaggio, filosofi, letterati, o semplici nobili che fossero, scrivevano con disprezzo misto a terrore é a nostro avviso del tutto insoddisfacente. Diverso é invece il discorso se si sceglie di indirizzare la ricerca nel solco della tradizione di stampo storicista. E dunque non si può non partire da Cuoco.
Sulla definizione di rivoluzione passiva con la quale egli sostanzialmente spiegò il rapido declino della esperienza repubblicana il dibattito é tutt’ora aperto e si sprecano le letture da destra e da sinistra del suo pensiero. Per quanto ci riguarda, troviamo difficilmente confutabili sia le osservazioni relative all’atteggiamento di sostanziale estraneità del popolo nei confronti della rivoluzione sia quelle che si riferiscono alla progressiva trasformazione di tale estraneità in avversione aperta. Del resto su questo aspetto la forza dei fatti lascia francamente ben poco spazio alle interpretazioni. Più complesso é invece il ragionamento se ci si riferisce alle motivazioni che indussero il popolo ad assumere quei determinati atteggiamenti. La risposta offerta dal Cuoco é molto chiara a proposito. Alla fine del suo Saggio storico egli afferma infatti che “Forse la corte di Napoli, spingendo le cose all’estremo, per desiderio smoderato di conservare il Regno, lo perderà di nuovo, e noi, come della prima é avvenuto, dovremo alla corte anche la seconda rivoluzione, la quale sarà più felice, perché desiderata e conseguita dalla nazione intera per suo bisogno e non per solo altrui dono”. Nell’ambito di una riflessione dalla quale traspare con indubbia chiarezza il suo retroterra culturale e politico, Cuoco pone un problema assolutamente decisivo. Una rivoluzione deve rappresentare un bisogno e non un dono. Perché solo allora il popolo sceglie concretamente il terreno della responsabilità e della partecipazione, a loro volta indispensabili per qualunque cambiamento che aspiri ad avere un carattere duraturo. In caso contrario, quando il popolo sceglie di fare lo spettatore, o si trova comunque costretto a un ruolo passivo, c’é sempre il rischio di ritrovarselo prima o dopo dall’altra parte della barricata. Ed allora anche il peggiore degli scenari può diventare reale. Anche quello che vede il popolo complice del Potere. E’ quello che é successo nella Napoli del 1800 che impiccava i propri eroi ed osannava i propri aguzzini.
Anche se con caratteristiche diverse, qualcosa di molto simile é avvenuto nella Napoli degli anni 80 allorquando l’ intreccio perverso di interessi tra Potere e popolo ha raggiunto la fase di più grande espansione. Il capoluogo campano é stato in questi anni l’esempio allo stesso tempo più significativo e più eclatante di come si possa coniugare il massimo livello di radicamento e di oppressione malavitosa, il massimo di inefficienza della pubblica amministrazione e dei servizi, con il massimo di consensi ai partiti di governo. Ancora nel 1992, il partito del ministro De Lorenzo, il PLI, in una Napoli che già allora era la capitale nazionale ed europea della malasanità, triplicava i voti in percentuale e passava in voti assoluti dai 18.071 del 1987 ai 36.098 di quell’anno.
C’é stata dunque una lunga fase di oscuramento durante la quale, come si dice comunemente, non si é capito più niente. Capire é invece molto importante, se si vuole evitare di commettere gli stessi errori, se si é consapevoli che per lasciarsi definitivamente alle spalle Tangentopoli non basta gettare il cuore oltre l’ostacolo ma occorre assumersi la propria parte di responsabilità all’interno del processo di ricostruzione.
Il modo più utile per comprendere cosa é successo ci sembra quello di mettere in evidenza, per lo meno nei suoi aspetti più rilevanti, la fitta rete di fatti e misfatti che ha reso possibile il radicamento prima, ed il dominio poi, di un sistema di potere tra i peggiori della travagliata storia della città. Siamo convinti che ciò ci possa aiutare a capire non solo che cosa é successo, ma anche perché é successo e cosa fare perché non succeda di nuovo, perché non si debba parlare per l’ennesima volta di una occasione mancata.
La rete della malapolitica può ovviamente essere ricostruita seguendo percorsi differenti, cosi come differenti possono essere i periodi o le fasi storiche a cui fare riferimento. E’ possibile infatti prendere l’avvio dall’unità d’Italia o dal secondo dopoguerra; si può procedere per partiti, correnti, famiglie, lobbies trasversali. La scelta più logica ci sembra però consista nel mettere sotto osservazione alcuni degli avvenimenti che più hanno influito sulla storia recente della città, per poi risalire agli attori ed alle trame spesso oscure di vicende alle quali si sarebbe fatto volentieri a meno di assistere.
Più di 20 inchieste e quasi mille indagati o imputati; sono queste le cifre complessive con le quali la magistratura si trova a fare i conti. Secondo il Procuratore Generale della Repubblica “le inchieste più importanti riguardano: la ricostruzione del post terremoto in Campania, i lavori di piazzale Tecchio, i lavori di ampliamento e ristrutturazione dello stadio san Paolo per i mondiali di calcio del 1990, i lavori per la linea tranviaria rapida, la costruzione di parcheggi a Napoli, (vicenda Partenopark), le indagini sul così detto voto di scambio (4 procedimenti), le indagini in ordine alla così detta malasanità a carico di Poggiolini Duilio ed altri, le indagini sull’Amministrazione comunale di Napoli relative alla privatizzazione del servizio di nettezza urbana, alla privatizzazione della gestione del patrimonio comunale, ai lavori di ristrutturazione della funicolare centrale, alla Centrale del latte; e ancora, le indagini sulla metropolitana, sulle unità sanitarie locali, sul provveditorato agli studi, sulla Regione Campania, sull’Ufficio di collocamento, sulla SIP, sull’Ufficio delle imposte dirette, sull’affidamento in concessione dei servizi di distribuzione del metano e dell’acqua potabile in numerosi comuni della provincia di Napoli.”
Per evitare inutili dispersioni occorrerà dunque operare una drastica selezione dei fatti da analizzare. E’ quanto cercheremo di fare, con particolare riferimento, per ovvi motivi, alle vicende che si sono svolte nel corso dei fatidici anni 80.

IL SALTO DI QUALITÀ: COME LA CORRUZIONE DIVENTA SISTEMA

I conti del terremoto
Un lungo minuto di terrore nel corso di una domenica fino ad allora uguale a tante altre. E’il 23 novembre 1980. La Campania e la Basilicata vengono colpite da un violento terremoto. Si conteranno 2.735 morti, 8.850 feriti,danni pesantissimi dal punto di vista industriale ed abitativo. I comuni danneggiati più o meno gravemente risulteranno essere 647, dei quali 542 in Campania, 131 in Basilicata e 14 in Puglia. Salvatore Casillo e Vincenzo Moretti, in False imprese e Falsi imprenditori,(Koiné edizioni, 1993) sottolineano che”(..)L’alto numero delle vittime, l’ampiezza dell’area colpita e le sue antiche e note caratteristiche di marginalità e di povertà, la presenza quotidiana, attraverso la televisione, per la prima volta, di una realtà tanto drammatica nelle case di tutti gli italiani, non solo produsse spinte di solidarietà fortissime in tutto il Paese, ma sollecitò la ricerca di iniziative e di impegni capaci di affrontare, ponendoli in uno stesso quadro di insieme, sia i problemi dell’emergenza e della ricostruzione abitativa, sia quelli dello sviluppo.”
Se guardiamo alla consistenza delle risorse economiche impegnate, non si può dire che le promesse non siano state mantenute. Secondo i dati della commissione Scalfaro sono stati stanziati complessivamente a favore delle aree terremotate 50.620 miliardi, 4.648 dei quali destinati al periodo dell’emergenza, 18.000 all’edilizia residenziale ed alle opere pubbliche nei comuni, 2.043 per gli interventi di competenza regionale, 8.000 per la ricostruzione e lo sviluppo industriale, 15.000 per edilizia abitativa ed infrastrutture a Napoli, 2.500 per le attività delle amministrazioni dello stato. I residui passivi sono stati pari a 393 miliardi.
Se invece, come ci sembra più giusto, si prende a riferimento il rapporto esistente tra la quantità di risorse impegnate e il gran numero di problemi rimasti insoluti tanto sul versante industriale che su quello dell’edilizia abitativa, diventa molto forte ed altrettanto legittima la tentazione di formulare un giudizio liquidatorio sugli effetti prodotti dall’intervento dello Stato nelle aree terremotate.
Si commetterebbe però un errore a procedere in questa direzione. E’ infatti necessario guardare a ciò che é successo in Campania ed in Basilicata sulla base di una valutazione ragionata ed il più possibile obiettiva di ciò che é stato fatto e di quanto invece resta ancora da fare. In questa maniera sarà almeno possibile evitare che ai molti danni arrecati sia aggiunta la beffa di non sfruttare fino in fondo quelle opportunità di sviluppo a così caro prezzo realizzate. Seppure in modo estremamente sintetico, é utile lasciare ancora una volta la parola, attraverso i numeri, ai fatti.
A fine ’90, secondo i dati forniti dalla commissione parlamentare d’inchiesta, 10.307 nuclei familiari (28.572 persone) erano ancora allocate in roulottes, containers, prefabbricati leggeri ed ulteriori 1.141 nuclei familiari (4.405 persone) in alloggi requisiti mentre dal versante industriale “mancavano complessivamente all’appello 107 aziende e 7.539 posti di lavoro”. Sull’altro piatto della bilancia c’é il dato incontestabile che, come sostiene Casillo, “sono state realizzate nel cuore del Mezzogiorno interno, 20 aree industriali, strutture capaci di accogliere degnamente iniziative produttive e che sarebbe davvero un grave errore per tutto il Paese non utilizzare appieno”.
Sulla base di queste considerazioni ci sembra non si possa né si debba sfuggire ad una valutazione complessiva fondata su un giudizio netto, fortemente critico nei confronti di quella che col passare degli anni si é dimostrata sempre più una grande storia di malgoverno e malaffare. Una storia in cui sono stati protagonisti uomini di governo ai massimi livelli, deputati e senatori, imprenditori grandi e piccoli, magistrati, assessori e consiglieri regionali, provinciali, comunali, camorristi e mafiosi. Uomini con storie ed obiettivi diversi hanno partecipato, con ruoli e responsabilità diverse, alla realizzazione di un unico, criminoso disegno: utilizzare le disgrazie ed i bisogni della gente per saccheggiare il danaro pubblico, per conseguire, in relazione ai propri interessi, vantaggi economici e politici, controllo sociale e criminale del territorio, protezioni illegali, impunità. E le ferite prodotte sono state molto profonde non solo sul terreno economico.
Ad un certo momento l’intervento nelle aree terremotate si é rivelato a tal punto un “dirty business” da determinare nella coscienza del Paese una rottura profonda di quei meccanismi di solidarietà che pure la tragedia aveva messo in moto. E se é vero, come é stato ampiamente documentato dalla ricerca diretta da Salvatore Casillo più volte citata, che con la ricostruzione si sono arricchiti anche tanti finti imprenditori del nord Italia, é altrettanto vero che la direzione strategica del comitato di affari, coloro che hanno compreso che il terremoto poteva rappresentare l’occasione per estendere il proprio dominio molto al di là dei confini della Campania, erano tutti uomini del Sud. Ed il rapporto tra quanto era avvenuto in Friuli e quanto adesso stava avvenendo in Campania era troppo ravvicinato per non essere preso in considerazione. Ed allora la solidarietà é probabilmente diventata via via delusione, avversione, sdegno.
Forse non é azzardato sostenere che le vicende legate al dopo terremoto hanno rappresentato un terreno di coltura sul quale si é é potuto sviluppare il risentimento antimeridionale che ha favorito il diffondersi dell’ideologia leghista. Per comprendere fino in fondo cosa ha rappresentato il dopo terremoto nella politica e nella società italiana bisogna però, prima ancora di parlare degli uomini e dei molti danni che la loro stoltezza ha causato alla comunità, ragionare delle regole che hanno governato quella fase. Regole certo stabilite da un governo e da un parlamento nel quale gli uomini della malapolitica avevano un peso preponderante per quantità e importanza delle funzioni, ma pur sempre regole, leggi dello Stato.
Va sottolineato innanzitutto che l’esperienza legislativa ed amministrativa dell’ultimo decennio si é caratterizzata per la sempre maggiore estensione del concetto di emergenza. In materia di calamità naturali, per esempio, la legislazione ha autorizzato lo strumento dell’ordinanza della protezione civile non solo per il pronto soccorso e gli interventi immediati nelle zone colpite da fenomeni naturali o, comunque, da pubbliche calamità, ma anche per le fasi successive della ricostruzione o, addirittura, dello sviluppo. Il caso più emblematico é dato proprio dalla legge n. 219 del 1981, che aveva la finalità primaria di favorire il processo di ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980. Ma tanti altri se ne potrebbero fare ancora. Valga per tutti quello relativo alle celebrazioni colombiane del 1992, previste con la legge n. 373 del 23 8 1988, poi integrata dalla legge n. 205 del 29 5 1989. In questa occasione, gli interventi per i quali é stata prevista l’adozione delle procedure di urgenza sono stati addirittura effettuati sulla base di un decreto del ministero dei lavori pubblici ed i lavori sono stati affidati esclusivamente attraverso lo strumento della trattativa privata.
La legislazione di urgenza non é stata peraltro la sola strada prescelta per aggirare le norme sia interne che comunitarie in materia di lavori pubblici.

Le leggi “speciali” per la Campania e la Basilicata
Una valida alternativa é stata costituita dalle cosiddette leggi speciali, anche esse configuranti la emanazione di provvedimenti con procedura eccezionale. Su tutti questi aspetti, come abbiamo precedentemente affermato, le leggi seguite al terremoto in Campania e Basilicata rappresentano degli esempi a tutt’oggi rimasti ineguagliati.
“La gestione dei finanziamenti pubblici é stata affidata ad un impianto legislativo tutto improntato alla eccezionalità e all’urgenza. La legislazione speciale prevede cioé ampie deroghe ai procedimenti di spesa, estese deleghe di poteri pubblici a soggetti privati, la caduta dell’intero sistema dei controlli, la moltiplicazione dei centri di spesa, il sovrapporsi di competenze attribuite a soggetti portatori di interessi diversi. In questi caratteri di quella legislazione risiede una delle principali ragioni che ha oggettivamente favorito la penetrazione della criminalità organizzata nel gigantesco affare.” Queste considerazioni, contenute nella relazione sulla camorra approvata dalla Commissione parlamentare antimafia rendono dunque immediatamente visibile quella che é allo stesso tempo una questione generale ed il punto decisivo della vicenda ricostruzione: la pressocché totale mancanza di regole. E più avanti la commissione é ancora più esplicita. “In effetti, i sindaci e le giunte hanno goduto della discrezionalità massima, non essendo stata la loro azione sottoposta ad alcun preventivo controllo di legittimità e di merito né avendo la legislazione affermato cautelativamente alcun regime di incompatibilità tra le funzioni di amministratore e ruolo dei tecnici impegnati nelle attività finanziate con le leggi speciali.”
La legislazione eccezionale ed urgente rappresenta dunque il “contesto” all’interno del quale i protagonisti della nostra vicenda si sono potuti muovere con margini enormi di discrezionalità. E’ addirittura incredibile come nella storia del Mezzogiorno d’Italia parole come straordinario, eccezionale abbiano potuto assumere un significato tanto negativo. Ma, come ci ricordano Gregory e Mary Catherine Bateson nello splendido libro “Dove gli angeli esitano” (Adelphi, 1989), “il nome non é la cosa designata dal nome.(…) Ricordate il Cavaliere Bianco e Alice? (…)La canzone ha un nome che si chiama Occhi di merluzzo dice il Cavaliere Bianco. Ah si? Questo é il nome della canzone? chiede Alice. No, non hai capito, risponde il Cavaliere Bianco, questo non é il nome della canzone, é il nome del nome della canzone.” Così nel Mezzogiorno straordinario non é stato l’intervento, ma il nome dell’intervento che infatti ha avuto tutte le caratteristiche proprie dell’ordinarietà. A ben guardare, le uniche cose effettivamente fuori dell’ordinario sono state le procedure adottate, cosicché nel Mezzogiorno il perpetuarsi della pratica della straordinarietà ha finito con il produrre effetti anno dopo anno più disastrosi.
E’ per queste ragioni che siamo sempre più convinti che solo dall’avvento dell’ordinario dominio delle regole potrà venire un effettivo punto di svolta nella vita politica, economica e sociale del meridione. Tornando più direttamente alle vicende relative al dopoterremoto, sta di fatto che nel momento in cui la legislazione di emergenza fu promulgata non si trovò nessuno disponibile a schierarsi contro le procedure previste da un provvedimento che veniva presentato come assolutamente necessario per evitare ogni intralcio burocratico ed assicurare il massimo di rapidità e di efficienza all’intervento nelle zone così duramente colpite.
Gli stessi comunisti, che attraverso il loro segretario Berlinguer avevano dichiarato proprio in quel periodo, sull’onda dell’indignazione popolare per i colpevoli ritardi nella gestione dei soccorsi, la fine di qualunque rapporto di collaborazione governativa con la DC, non andarono oltre la richiesta, che oggi si potrebbe forse definire consociativa, che fosse indicato un commissario di governo ad hoc per la città di Napoli e che a tale incarico fosse destinato l’allora sindaco , Maurizio Valenzi. La dirittura morale e la correttezza amministrativa del personaggio hanno consentito che egli non fosse personalmente coinvolto in vicende illegali ma non hanno ovviamente in alcun modo potuto evitare la degenerazione del sistema. Viene dunque ancora una volta confermato l’assioma secondo il quale l’impegno dei singoli, per quanto encomiabile, é destinato, se lasciato isolato, a non produrre risultati significativi.
D’altra parte va riconosciuto, ad onor del vero, che in quegli anni era estremamente complicato riuscire a cogliere con la chiarezza necessaria il disegno complessivo che parti importanti della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista stavano portando avanti assieme ad uomini di spicco degli altri partiti di governo, a qualche spezzone tutto sommato marginale dei partiti di opposizione, a pezzi consistenti di potere economico, servizi segreti, massoneria, mafia e camorra. Si sono intraviste a volte singole parti del puzzle e grazie all’operato di pochi capitani coraggiosi (valga per tutti l’esempio del giudice Alemi) qualche spicchio di verità ogni tanto é riuscito a venir fuori, ma é mancata totalmente la visione d’insieme di ciò che si stava organizzando.
Per quanto la logica imperante dell’usa e getta non risparmi n‚ l’informazione n‚ la cronaca, occorre rendersi conto che nel corso degli ultimi due anni sono stati portati alla luce fatti e misfatti della storia d’Italia che fino ad allora potevano al massimo essere immaginati, ma mai affermati e provati. Anche se sembra che siano trascorsi secoli é da poco passato il tempo nel quale i politici potevano permettersi di minacciare querele contro chiunque attentasse alla loro integrità morale e politica. Ci sembra giusto sottolineare questo aspetto per evitare di guardare al recente passato attraverso l’immagine distorta dalla vorticosità degli avvenimenti accaduti in questo ultimo periodo. Nel 1981, anno uno del dopoterremoto, non c’era o, per meglio dire, non sembrava che ci fosse alcun serio motivo per non procedere con celerità.
Con le leggi n.219 del 14 maggio 1981 e n.456 dello stesso anno vennero dunque decise le misure straordinarie prima ricordate e tra queste la nomina del presidente della regione Campania a commissario straordinario di governo.

Nasce il comitato d’affari
Da questo momento in poi saranno di fatto sgombrati tutti gli ostacoli avversi alla costituzione di quel comitato di affari che avrà, per lunghi anni, come vedremo, un potere di decisione pressocché assoluto. I componenti più importanti di tale comitato erano, dal versante istituzionale, Antonio Fantini, presidente della giunta regionale, l’architetto Pasquale Catapano , l’avvocato Domenico Di Siena (questi ultimi due recentemente scomparsi) e, in epoca successiva, l’avvocato Filippo Capece Minutolo, dirigenti a diverso titolo del commissariato straordinario di governo. Il deus eé machina aveva invece un cognome potente e famoso, Cirino Pomicino, presidente della Commissione bilancio della Camera prima e Ministro del bilancio poi, la cui longa manus era rappresentata dall’architetto Vincenzo Maria Greco, formalmente senza incarico ma di fatto il vero capataz della task force operante, con licenza di corrompere, presso il commissariato di governo.
“Personaggio chiave per comprendere il rapporto tra l’onorevole Pomicino e la ricostruzione é senz’altro l’ingegnere Vincenzo Maria Greco (…) tecnico di elevatissima capacità di gestione di rapporti professionali e politici, anche al più alto livello che gli consentono (..) di prender parte ad un numero impressionante di iniziative finanziate dallo Stato, dalla cassa per il Mezzogiorno, dal Commissariato straordinario. (…) Il pubblico ministero definisce tale attività come quella frenetica di un faccendiere ad alto livello che si estrinseca gestendo, controllando e distribuendo appalti ed incarichi professionali, con la particolarità di suoi interessamenti e coinvolgimenti in soluzioni e problemi in cui non ha alcuna veste istituzionale per entrare”(come giù).
Nelle loro mani questi uomini avevano dunque concentrato un potere enorme, i cui margini di discrezionalità erano pressocché assoluti. Le regole del mercato venivano puntualmente subordinate alle logiche affaristico malavitose che orientavano le decisioni e le scelte del comitato di affari. Altro che competitività ed efficienza. Attorno al meccanismo degli appalti era stata scoperta la gallina dalle uova d’oro. Non si doveva fare altro che sfruttarla fino in fondo. Il pentito di camorra Pasquale Galasso ha fornito a questo proposito una testimonianza estremamente significativa, riportata nella richiesta di autorizzazione a procedere contro Cirino Pomicino dell’8 aprile 1993. “In effetti, come é chiaro, il rapporto tra i politici e gli amministratori da una parte, gli imprenditori da un’altra ed i camorristi da altra ancora trova una sua completa realizzazione e totale fusione nel meccanismo degli appalti. In particolare, per tutto quanto ho potuto constatare di persona,(…) mi é risultato evidente che il politico che gestisce il finanziamento dell’appalto e quindi l’assegnazione dello stesso o della relativa concessione fa da mediatore fra la ditta quasi sempre del settentrione o del centro Italia, di notevoli dimensioni, e la camorra. Tale mediazione avviene imponendo all’impresa suddetta sia una tangente a lui stesso od ai suoi rappresentanti diretti, sia l’assegnazione di subappalti a ditte controllate direttamente dalle organizzazioni camorristiche.”
Una ulteriore conferma del carattere “sistemico” della illegalità, operante fin dal momento della formazione dei consorzi, ci viene dalla testimonianza fornita dall’imprenditore Brancaccio ai magistrati, nell’ambito delle indagini sui lavori della ferrovia Alifana. All’imprenditore Gennaro D’Alessio che a lui si era rivolto, nella sua qualità di presidente del consorzio Ascosa, affidatario dei lavori della ferrovia Alifana e mandatario dell’ATI-Ascosa 3, affinché la propria azienda potesse essere inserita in tale consorzio, egli aveva risposto che l’ eventuale ingresso non dipendeva da lui ma dal presidente della giunta regionale, nonché commissario straordinario di governo, onorevole Fantini. Questi, che non dimentichiamolo, era stato eletto in un partito la cui linea politica a livello ufficiale prevedeva la difesa a spada tratta del mercato dette effettivamente il proprio consenso all’operazione e ne parlò, qualche tempo dopo, personalmente con il Brancaccio. Vediamo con quali argomenti.
“Il Fantini -continua il documento già citato- non mi fece un vero e proprio ricatto ma ovviamente mi fece capire che affinché i lavori dell’Alifana procedessero regolarmente era opportuno che anche l’impresa del D’Alessio entrasse a far parte dell’ATI”.Per quali nobili esigenze di tutela degli interessi generali e delle regole del mercato l’imprenditore Brancaccio lo spiega poco più avanti, quando racconta ai magistrati in quale modo lo stesso episodio gli viene riferito da un altro parlamentare inquisito, Ugo Grippo, “sponsorizzatore” del D’Alessio. “Il Grippo -continua ancora il documento- mi disse che egli nella ricostruzione del dopoterremoto non era rappresentato da nessuna ditta e mi disse anche che egli ci teneva, sotto il profilo elettorale, a Cardano, che era parente di D’Alessio; egli aggiunse anche che intendeva misurare la sua forza su D’Alessio nel senso cioé che, se fosse riuscito a far entrare il D’Alessio nel consorzio, avrebbe dimostrato la sua forza politica.”
Come si vede, Fantini non era il solo a considerare l’economia una sorta di dependance della politica. Questo non é che uno dei tanti episodi di quello che potremmo a giusta ragione definire “l’era dell’avvento e dell’incontrastato dominio dell’illegalità” nella storia contemporanea di Napoli. Eppure, é addirittura sorprendente la forza con la quale già da queste poche righe, tra le migliaia di pagine riempite dai magistrati per le loro richieste di autorizzazione a procedere, si può cogliere il senso più profondo di quello che é successo, del modo in cui la corruzione sia potuta diventare la norma e le tangenti una variabile economica prevista dai budget di ogni impresa che si rispetti. Si comprende soprattutto in che modo sia potuto accadere, per fare un esempio, che i lavori di trasformazione in pressione dell’acquedotto del Serino, il cui importo iniziale era previsto in 70 miliardi di lire, abbiano poi potuto raggiungere la ragguardevole cifra di 420 miliardi 765 milioni. Bisognava pagare tangenti per entrare nei consorzi, tangenti per avere le prime tranche di finanziamento, tangenti ad ogni stadio di avanzamento dei lavori, e dei finanziamenti. A queste condizioni, i prezzi delle opere non potevano che essere continuamente rideterminati, come in realtà é avvenuto.

Quei cento milioni per don Salvatore
Come in tutti i drammi che si rispettano, ripercorrendo la storia legata alle vicende della ricostruzione capita non di rado di imbattersi in quegli episodi a volte curiosi, altre perfino paradossali, che per brevi tratti trasformano la tragedia in farsa. E’ sicuramente questo il caso di un contributo di 100 milioni versati dall’imprenditore Zecchina ad un parroco napoletano, tale don Salvatore D’Angelo.Nella richiesta di autorizzazione a procedere contro l’eé ministro del bilancio, del 6 maggio 1993, viene riportata la versione dello stesso Zecchina: “(..Il Pomicino..) mi chiese di dare un contributo di circa 100 milioni articolati in più riprese -10 milioni per Pasqua e 10 milioni di lire a Natale e ciò per 5 anni- a tale don Salvatore D’Angelo che…ha il villaggio dei ragazzi in Maddaloni…l’onorevole Pomicino mi fece tale richiesta allorquando tornò da Houston dove era stato sottoposto ad intervento di cuore verso il 1984-1985 e mi specificò che aveva fatto un voto di aiutare questi ragazzi e pertanto chiese a me di fare i pagamenti. Gli obiettai che mi sembrava singolare che io dovevo pagare di persona un voto fatto da lui, ma lui replicò che io dovevo pagare.”
La vocazione religiosa del predetto onorevole Cirino Pomicino era peraltro tanto ben radicata da spingerlo a far finanziare, sempre attraverso il sistema delle tangenti, un viaggio dello stesso parroco presso il centro specializzato di Houston laddove fu sottoposto ad intervento chirurgico, con una spesa di poco inferiore ai 100 milioni. Così come il nostro religioso parlamentare non mostrò nessuna titubanza nel far effettuare “gratuitamente”, ad alcune imprese edili, lavori per 40-50 milioni presso la chiesa S. Teresa di Gesù Bambino e di 30-40 milioni presso la chiesa S.S. Trinità.
Si potrebbe essere facilmente tacciati di scarso rispetto per il fervore con cui l’onorevole si dedicava alle opere pie se non fosse per il fatto che con altrettanto fervore il soggetto in questione si aspettava, e si adoperava, per avere la sua ricompensa non nel regno dei cieli, come pure la sua fede gli avrebbe dovuto consigliare, bensì su questa misera terra, sotto forma di appoggio elettorale per sé e per i candidati della sua corrente alle elezioni comunali, provinciali, regionali, nazionali. Del resto, era questa la fase nella quale “o’ ministro” pensava veramente di volere, e potere, tutto. Tra i tanti un esempio che vede il nostro intrapendente ed ineffabile uomo nei panni del dirigente sportivo.
Egli era riuscito ad ottenere dall’amministratore delegato del Banco di Napoli, Ferdinando Ventriglia, un finanziamento di 357 milioni per la Polisportiva Partenope, società che secondo i magistrati Del Giudice e Mancuso “costituiva in realtà un’articolazione politico organizzativa dell’onorevole Pomicino -come si può leggere nella richiesta di autorizzazione nei suoi confronti del 3 agosto 1993-.” Con quali argomenti il nostro fosse riuscito in tale impresa lo rileva ai magistrati lo stesso Ventriglia affermando, secondo quanto riportato nel documento citato, che “l’onorevole Pomicino aveva accompagnato le sue richieste con la minaccia, in caso di rifiuto, di trascinare lo stesso Ventriglia e il Banco di Napoli in una polemica pubblica che, se scatenata avrebbe avuto effetti negativi sia sulla persona del Ventriglia sia sull’immagine dell’istituto sia, infine, sul patrimonio dello stesso, esposto alle inevitabili pressioni dopo la crisi al vertice.”
Come é noto, la tangentopoli napoletana non era certo limitata alle pur mirabilianti gesta pomiciniane. Del resto, ciò non sarebbe stato neanche materialmente possibile data la quantità e la qualità dei fatti illegali accertati. Pur volendo per ora circoscrivere il nostro campo di valutazione alle sole opere compiute con l’intervento post terremoto, emerge un elenco impressionante di illegalità commesse e di soggetti politici ed imprenditoriali coinvolti.
Acquedotto del Serino. Rifacimento dei Regi Lagni (che doveva costare, secondo una previsione iniziale di spesa, 70 miliardi ed invece ha superato i 500 miliardi ( 526 miliardi e 500 milioni per la precisione). Raddoppio della linea della circumvesuviana nel tratto Pomigliano S. Vitaliano (in questo caso la levitazione dei costi é stata molto più “contenuta” essendo passati dai 70 miliardi inizialmente previsti a 171 miliardi). Asse Mediano. Circumvallazione Lago Patria Lufrano. Lavori di ammodernamento della ferrovia Alifana. Serbatoi ed adduzioni con condotte d’acqua nella città di Napoli (per un importo dei lavori di 15 miliardi passati poi a 24).
L’elenco potrebbe continuare ancora per molto. Quel che ci preme per adesso sottolineare é il fatto che non c’era opera, piccola o grande che fosse, legata alla ricostruzione, che non passasse per le forche caudine del sistema tangentizio. E se Cirino Pomicino, come abbiamo visto, aveva conquistato un posto assolutamente preminente nel sistema di affari nato dall’intervento nelle aree terremotate, un ruolo sicuramente significativo é stato interpretato da tante altre personalità, più o meno famose fino a qualche tempo fa, famigerate nella Napoli post tangentopoli. Assolutamente di primo piano é stata la funzione svolta da larga parte della delegazione parlamentare della Campania.

Una pattuglia di onorevoli inquisiti
De Lorenzo, Di Donato, Meo, Mastrantuono, Scotti, Conte, Del Mese, Grippo, Demitry, Iodice, D’amato, Gava, Russo, Galasso, Impegno, Vito, Iossa, Varriale. Tutti legali rappresentanti del popolo. Tutti attualmente inquisiti dalla magistratura. Tanti, troppi per essere considerati l’eccezione e non la regola. Del resto, come abbiamo più volte affermato, le occasioni perché la degenerazione diventasse norma c’erano tutte.
La normativa speciale post-terremoto non prevedeva forse che il presidente della Regione Campania, grazie ai poteri che gli erano stati conferiti in qualità di commissario di governo, potesse assegnare in concessione non solo le opere residenziali ma anche altre opere di urbanizzazione, senza effettuare nessuna gara, ai soggetti che avevano già avute assegnate le opere residenziali? Bastava dunque poco a “far passare -come riporta la richiesta di autorizzazione a procedere del 18 maggio 1993 contro Di Donato- una linea di interventi un pò forzata che avrebbe portato a realizzare, con i fondi del terremoto ed in regime di concessione, delle opere che probabilmente non potevano ritenersi strettamente e immediatamente collegate con il terremoto.”
Ancora una volta torna dunque a riproporsi quello che é il punto a nostro avviso fondamentale per una corretta comprensione di quanto é successo. Proviamo a sintetizzarlo così. Perché la strategia del comitato di affari avesse successo, era necessario che nella società napoletana e meridionale, si diffondesse e prosperasse un sistema nel quale l’irregolarità e l’arbitrio assumessero di fatto un carattere strutturale. Le ragioni del suo sviluppo, e della sua pervasività vanno ricercate dunque non solo nei comportamenti dei singoli ma anche in un impianto normativo appositamente ideato e costruito, tutto basato su criteri di eccezionalità e di straordinarietà. E se ciò, come crediamo, é vero, ne consegue che i rimedi, i possibili antidoti contro la febbre tangentizia, non possono essere affidati soltanto al ravvedimento o alla probità dei singoli, ma devono fondarsi sulla definizione di nuove norme e sul superamento di quelle precedenti.
Ci sembra molto interessante, da questo punto di vista, proporre alcune prime considerazioni sullo stato dell’arte attraverso l’analisi della nuova legge sui lavori pubblici e sugli appalti, che obiettivamente rappresenta uno degli strumenti destinati ad incidere in maniera decisiva sulla nuova fase. Una valutazione di carattere generale ci sembra debba basarsi da un lato sul riconoscimento dei molti elementi positivi che essa introduce, dall’altro sulla non sottovalutazione di quei fattori di rischio che ancora permangono. Vediamo perché, lasciando per il momento da parte le questioni relative alla legislazione d’urgenza ed alle varie emergenze che si sono verificate e cercando di esaminare invece alcuni dei punti principali che essa cerca di affrontare.
Gli obiettivi dichiarati di coloro che hanno voluto l’approvazione della legge sono stati fondamentalmente due.
In primo luogo, mettere ordine in un settore regolato da una normativa che non solo risaliva in gran parte al secolo scorso ma era stata nel corso del tempo integrata con l’ausilio di quei provvedimenti tampone che essendo per loro stessa natura parziali e disomogenei avevano prodotto quale principale risultato quello di renderla quanto mai frazionata e pesante. Si era giunti al punto che la stessa normativa era diventata uno dei maggiori problemi di un settore che da un lato appariva regolato da una mole imponente di norme e dall’altro, per certi versi conseguentemente, era diventato il terreno sul quale sperimentare le più svariate tecniche di deviazione dalle stesse.
In secondo luogo, attraverso la riforma della normativa in materia di lavori pubblici si é cercato di individuare una via d’uscita dalle vicende legate a tangentopoli ed allo stesso tempo dalla situazione di stallo in cui si era venuto a trovare il settore in conseguenza del blocco totale delle opere.
Se questi due obiettivi sono stati o meno colti é ancora troppo presto per dirlo, dato che la legge quadro é stata pubblicata solo da pochissimi mesi e solo nelle prossime settimane sarà reso operativo il regolamento che dovrà rendere applicabile molte delle disposizioni in essa contenute. L’ esame più dettagliato di alcune delle principali disposizioni ci consentirà comunque di formarci una prima idea delle luci e delle ombre che essa presenta. Iniziamo dai due momenti fondamentali per antonomasia nella realizzazione di un’opera pubblica, la programmazione e la progettazione.
Per quanto la nuova legge abbia inteso riformare questi due aspetti, dalla lettura dell’articolato non emergono ancora con la sufficiente chiarezza gli elementi che in materia di programmazione possano far pensare ad una svolta effettiva rispetto al passato. Ciò é vero in particolare per quanto riguarda la necessità ,sostanzialmente disattesa, che si introducessero criteri di valutazione dell’effettiva utilità delle opere programmate superando la pratica molto diffusa di procedere alla ripartizione secondo logiche di tipo finanziario-contabile. In questo senso, l’unico elemento di novità significativo é rappresentato dall’obbligo al quale sono tenuti gli enti locali di dotarsi, ove ne siano sprovvisti, degli strumenti urbanistici entro un anno dalla pubblicazione della legge se non vogliono vedersi esclusi da qualsiasi contributo o agevolazione dello Stato in materia di lavori pubblici.
Per quanto riguarda invece la progettazione, non é una novità assoluta la scelta di dividerla in preliminare, definitiva ed esecutiva. Ricordiamo che già con il regolamento emanato con D.M. del 29.5.1895, modificato nel 1947, si distingueva tra progetto di massima e progetto esecutivo, eppure ciò non ha impedito che la maggior parte delle opere sia stata appaltata sulla base di progetti che di esecutivo avevano solo il nome.
Sta di fatto che sembra quasi impossibile trovare un’opera pubblica realizzata senza che siano intervenute le famose varianti in corso d’opera e le perizie suppletive. Vi é stata, a questo proposito, la mancanza assoluta non solo di ogni forma di controllo, ma anche di quella che é la funzione propedeutica all’attività di controllo, la vigilanza.
Proprio per dare una soluzione positiva a questo problema é stata istituita, con la nuova legge quadro, l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici. Se si leggono i compiti che la legge affida a questo nuovo organismo si ha la sensazione che si vogliono risolvere in un colpo solo tutti i problemi relativi al coordinamento dei flussi informativi e delle procedure per meglio tenere sotto controllo i casi di deviazione dalle norme. “Se si mettono in relazione, però, questi compiti con l’impianto organizzativo che l’Autorità avrà in termini di dotazioni organiche, così come sono stabilite dalla stessa legge, e con il fatto che in Italia operano circa 12mila stazioni appaltanti, se ne ricava la netta sensazione che molto difficilmente l’Agenzia potrà assolvere ai compiti per cui é nata”.(Di Paola).
Un altro aspetto che ha impegnato moltissimo i soggetti interessati alla riforma é stato quello relativo al nuovo sistema di qualificazione delle imprese, con la conseguente abolizione dell’Albo nazionale dei costruttori. Una scelta, questa, sicuramente rilevante, che però é di fatto annacquata dalla scelta di partire dal primo gennaio 1997. C’é insomma il forte pericolo che le norme introdotte a questo proposito possano avere nell’immediato il solo effetto di mantenere in piedi ancora per i prossimi tre anni l’attuale sistema di qualificazione delle imprese, incentrato esclusivamente sull’Albo nazionale, espressione di quei costruttori che nulla avevano saputo o voluto fare per impedire il proliferare delle cosiddette scatole vuote, quelle imprese cio‚ che pur non avendo i requisiti tecnico-produttivi necessari mantengono comunque la loro iscrizione all’Albo, determinando per questa via una chiara alterazione degli equilibri di mercato.
Va rilevato infine che la legge di riforma prevede al comma 4 dell’articolo 1 “l’impossibilità di derogare da quanto disposto se non in caso di espressa dichiarazione per singola disposizione”. Anche in questo caso, però, l’indicazione fornita dalla legge é solo teoricamente tassativa dato che le innumerevoli leggi ed i decreti che hanno di fatto aggirato la normativa vigente in materia di appalti non sono state altro che singole disposizioni. In altri termini, si corre il rischio di offrire per l’ennesima volta la chiave per ottenere deroghe per via legislativa, esattamente come é avvenuto finora, mentre sarebbe stato necessario limitare le leggi speciali e straordinarie alla sola valenza finanziaria, escludendo ogni possibilità di deroga degli aspetti procedurali dalla normativa generale.
Con la nuova legge sugli appalti si sono dunque indubbiamente fatti molti passi in avanti ma non si é ancora completamente evitato il rischio di precipitare in quella situazione nella quale, per dirla con un vecchio motto popolare, “fatta la legge scoperto l’inganno”. Appare dunque ancora molto faticosa la strada da percorrere prima che si approdi a quel sistema di regole certe di cui c’é bisogno. Torneremo più volte a parlare di regole. Per adesso ci basta soltanto ricordare come tale questione sia stata di frequente sottovalutata nel dibattito meridionalista, in special modo nel suo filone più radicale e di sinistra.

Vivere senza regole
Nel dibattito politico, economico e sociale sulla questione meridionale la voce “regole” ha infatti avuto molto spesso uno spazio assolutamente marginale. Un ruolo ben più importante é stato assegnato alle scelte politiche, raramente minacciate dal peso degli interessi rappresentati dai diversi blocchi economico sociali che si fronteggiavano. Larga parte della intellighenthia di sinistra ha continuato ad usare le categorie interpretative che consideravano le regole come la cenerentola della politica e non si accorta che la società meridionale veniva sempre più segnata da un lato dalla incidenza di una struttura legislativa finalizzata a favorire l’illegalità, e dall’altra da fenomeni di anomia sociale, da una progressiva perdita di identità e di ruolo.
Un sistema nel quale l’ illegalità era di fatto la norma non poteva ovviamente che rappresentare, per la camorra, un’occasione straordinariamente allettante per incrementare il proprio raggio di affari ed allo stesso tempo migliorare la propria capacità di controllo sul territorio. “La camorra (…) in occasione del dopo terremoto -é scritto nella relazione Violante già citata- ha posto in essere una accorta e tempestiva strategia di intervento facendo registrare nel proprio modus operandi un vero e proprio salto di qualità della mentalità criminale.(…) Per coprire l’intero pacchetto terremoto la camorra non si limitò all’edilizia ma si occupò del settore del credito, di quello dei servizi e del grande mercato dell’indotto. Le famiglie camorristiche diventano così delle vere e proprie holdings di imprese produttive capaci di controllare l’economia dell’intera regione.”
Per contrastare un processo di queste dimensioni sarebbe stata necessaria una azione molto forte da parte dello Stato tanto sul versante sociale che su quello del coordinamento e dell’attivazione sinergica dei suoi apparati di sicurezza che invece non ci fu, né, il perché lo si scoprirà qualche tempo dopo, poteva esserci. Cosicché, le voci che pure si levarono per denunciare l’intreccio perverso che si andava realizzando tra politica, imprenditoria e camorra, rimasero sostanzialmente isolate, furono emarginate, sconfitte. Attorno alle molte migliaia di miliardi della ricostruzione si stava di fatto costruendo un blocco di interessi che teneva insieme coloro che attorno alla tavola imbandita avevano la oggettiva possibilità di servirsi a piacimento con quelli, ed erano ovviamente la grande maggioranza, che vivevano cercando in ogni modo di raccogliere qualche briciola, meglio ancora se di una qualche consistenza.
Sono stati, quelli, anni molto difficili. L’orgia rampantista era appena agli inizi, e mostrava appieno la sua forza travolgente. Coloro che mostravano l’ardire di non gradire lo spettacolo erano immediatamente arruolati nelle fila dei vecchi reduci, additati nel migliore dei casi come disfattisti, come traditori dei bisogni di sviluppo del mezzogiorno. Ci sono voluti molti anni, troppi, per cominciare a individuare i veri nemici dell’emancipazione del Sud, spesso annidati in santuari apparentemente al di sopra di ogni sospetto. E molta acqua é dovuta passare sotto i ponti prima di poter vedere finalmente scritto, in documenti ufficiali, che “Il mondo del credito e quello dell’imprenditoria privata e a partecipazione pubblica, a fronte del ricchissimo affare, hanno abbandonato ogni prospettiva di ricostruzione di un tessuto produttivo sano e sono state animate dalla logica del massimo profitto indipendentemente dai risultati. (…)Per conseguire i loro enormi profitti le banche non hanno certo rafforzato i propri strumenti di controllo, né verificato se la raccolta dell’enorme flusso di denaro era o meno funzionale alla economia delle zone terremotate. La commissione(…) condanna il fatto che sulla sciagura si siano costruite le fortune degli istituti bancari interessati (complessivamente 84 tra banche e casse di risparmio di cui 61 dislocate in Campania e 23 in Basilicata.) .
La verità é che il sistema aveva raggiunto un tale livello di corruzione da aver bisogno, per mantenersi, di ampliare sempre più tanto le proprie aree di intervento quanto le fila dei soggetti a diverso titolo in esso coinvolti.
E’ nell’ambito di questo clima da folle corsa alla conquista di un posto al tavolo della ricostruzione che é maturato il coinvolgimento di un discreto numero di magistrati che hanno avuto la possibilità di realizzare proficui guadagni svolgendo il compito di collaudatori delle opere. “Il motivo della presenza dei magistrati -continua la relazione dell’Antimafia- era duplice…:uno di coinvolgere il magistrato per parare tutte le disavventure giudiziarie che sarebbero potute venire in seguito, l’altro di dare una credibilità esterna alla funzione di collaudatore perché, almeno all’epoca, i magistrati godevano di una certa credibilità. Forse questa seconda esigenza é oggi venuta meno, però resta sempre in piedi quella di pararsi da eventuali problemi”.
Prima di calare il sipario sulle amare vicende legate alla ricostruzione, crediamo possa essere utile provare a fare un bilancio su quello che esse hanno rappresentato all’interno di una strategia di sostegno e di intervento nel mezzogiorno che ha radici molto più antiche. Con l’intervento post terremoto la cupola politico malavitosa che ha dominato in Campania, e che da tale dominio traeva la sua stessa forza sullo scacchiere nazionale, sceglie di rompere ogni indugio, decide di tentare il salto di qualità e di trasformare un sistema sostanzialmente assistito, anche se non scevro da fenomeni di illegalità, in un sistema strutturalmente illegale. Da quel momento in poi saranno saltate tutte le barriere e ciò che prima doveva essere detto o fatto di nascosto adesso poteva addirittura essere ostentato.
Un solo esempio per tutti, ancora una volta tratto da quel palazzo della vergogna che era diventato il commissariato di governo. Al terzo piano del palazzo al centro della città, in piazza Carità, a pochi metri dal monumento dedicato a Salvo D’Acquisto, tutti sapevano che Vincenzo Maria Greco, formalmente, era un signor nessuno. Eppure tutti veneravano in lui il vero capo, il responsabile effettivo delle scelte relative alle attività legate al terremoto. Sono stati anni nei quali sono di fatto scomparsi il pudore e la vergogna. C’era chi aveva interesse a non vedere, chi faceva finta di non vedere perché sostanzialmente subalterno, e chi era effettivamente cieco. E mano a mano che questa consapevolezza si é fatta strada nella coscienza dei cittadini del resto del Paese si é allargato il solco tra nord e sud, si é prodotta quella rottura di cui abbiamo parlato in precedenza. Il prezzo da pagare, e che tutti abbiamo pagato, non poteva dunque che essere molto alto.

IL LATO OSCURO DELLA FORZA

Il rapimento Cirillo
È primavera inoltrata, quel venerdì 27 aprile 1981, quando a Torre del Greco, durante un’azione brigatista, vengono brutalmente assassinati l’appuntato Luigi Carbone e l’autista Mario Cancello. L’obiettivo, puntualmente conseguito, é il sequestro dell’assessore regionale all’urbanistica Ciro Cirillo, democristiano, doroteo di stretta osservanza, legato a filo doppio ad Antonio Gava, capo incontrastato della corrente in Campania, nonché esponente di primissimo piano del governo e del partito a livello nazionale. Questo episodio, rimasto per lungo tempo uno dei tanti buchi neri che hanno costellato la storia della prima repubblica, sarà destinato ad avere un’importanza rilevantissima nella determinazione dei futuri assetti di potere tra i diversi gruppi camorristici, nel processo di ampliamento degli interessi economici della camorra nelle attività legate alla ricostruzione, nella determinazione di un ulteriore consolidamento dell’intreccio tra potere politico e potere malavitoso.
Ciro Cirillo, all’atto del sequestro, é un pezzo importante del potere democristiano in Campania. E conosce molti segreti. Non si può correre il rischio di nuovi memoriali e rivelazioni proprio nella fase in cui, come abbiamo visto, si sta mettendo a punto la perfetta macchina affaristico malavitosa che avrebbe dovuto consentire il famoso salto di qualità. Nel corso di una riunione riservata o, come é stata definita dall’eé senatore Francesco Patriarca in un suo colloquio con i magistrati, non statutaria, alla quale presero parte tra gli altri Flaminio Piccoli, Antonio Gava e Raffaele Russo si decide che, contrariamente a quanto avvenuto durante il sequestro Moro, stavolta si deve trattare con le Brigate Rosse e cercare ad ogni costo di ottenere la liberazione del prigioniero.
Dinanzi a tale obiettivo non si esita, come in seguito é stato scoperto, a commettere ogni sorta di illegalità, utilizzando i servizi segreti che solo per comodità definiremo “deviati”, garantendo vantaggi ed impunità ad uno dei criminali a quel tempo più potente e pericoloso del nostro Paese, Raffaele Cutolo. Il ruolo determinante svolto da Cutolo nella liberazione dell’esponente politico democristiano é stato a più riprese, perfino in sede dibattimentale, comprovato. Così come ormai é un fatto largamente noto, ed accertato, il trattamento di” favore” riservato in quella fase,nelle opere della ricostruzione, alle imprese legate alla Nuova Camorra Organizzata, l’organizzazione di cui Cutolo era il capo incontrastato. I guai per Cutolo cominceranno quando egli si mostrerà eccessivamente esigente ed alzerà il prezzo delle richieste sul solo versante effettivamente pericoloso per la Democrazia Cristiana, quello politico. Chiedendo che si rispettassero gli impegni presi in merito alla concessione di un certo numero di trasferimenti in carceri più accoglienti ed alla possibilità di ottenere quelle perizie psichiatriche indispensabili per ottenere riduzioni di pena, egli finisce sostanzialmente con il firmare la propria condanna.
Ostacoli non prevedibili rendono infatti in quel periodo molto difficile il passaggio alla fase operativa delle decisioni concordate. E’ in particolare l’ intervento dell’allora presidente della repubblica Sandro Pertini, il quale pretende il trasferimento del capo della nuova camorra nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, che in qualche modo fa saltare gli accordi e provoca un “legittimo” risentimento da parte di Cutolo. Questi fa però l’errore di minacciare e ricattare, attraverso la pubblicazione di alcuni documenti sull’Unità, quegli stessi politici che gli avevano chiesto aiuto per la liberazione di Ciro Cirillo.
E’ quello, per don Raffaele, l’errore fatale. Secondo quanto dichiarato dal pentito Pasquale Galasso, a quel punto la Democrazia Cristiana decide, utilizzando l’intermediazione degli onorevoli Raffaele Russo e Vincenzo Meo, comunemente considerati i rappresentanti campani dell’onorevole Gava, di rivolgersi al clan di Carmine Alfieri, il maggior concorrente di Cutolo, perché ridimensioni il potere e, di conseguenza, le pretese, di Don Raffaele. Da qui alla decisione di Carmine Alfieri di far ucidere Pasquale Casillo, braccio destro di Cutolo, la strada ébreve. L’omicidio avvenne a Roma con un attentato che Alfieri stesso aveva voluto avvenisse nella maniera più eclatante possibile proprio per dare un segnale chiaro ed inequivocabile dell’avvenuto declino del potere cutoliano. Dopo un lungo lavoro di controllo ed appostamento Casillo viene, infatti, fatto saltare in aria con la propria auto.
Secondo quanto afferma Pasquale Galasso, ancora prima di rivolgersi al capo della N.C.O., l’onorevole Gava aveva chiesto, attraverso un suo uomo di Poggiomarino, tale Raffaele Boccia, a Carmine Alfieri, un intervento mirante ad ottenere la liberazione di Cirillo. Questi aveva però rifiutato perché, sempre secondo quanto é stato affermato dal pentito, contrario all’idea di farsi utilizzare dai politici essendo convinto di non aver bisogno di loro. (Vedremo più avanti quanto poco realistica fosse questa sua convinzione). Adesso gli si presenta la possibilità di rientrare in gioco, e per di più seguendo la strada da lui preferita. Dal suo punto di vista , il vero delitto sarebbe stato quello di lasciarsi scappare l’occasione.
Con la resistibile ascesa del clan Alfieri anche la presenza, sua e dell’intera famiglia, nei lavori del post terremoto conosce una fase di rapida crescita. Non che nel periodo precedente non fosse stato partecipe della grande abbuffata, tutt’altro; egli era stato uno dei primi a comprendere l’importanza della camorra imprenditrice ed a mettersi in affari. Vantava già al suo attivo la partecipazione ai lavori di subappalto presso lo stabilimento dell’Alenia nonché a quelli presso i Regi Lagni facenti capo alla società dell’imprenditore Zecchina. Semplicemente, adesso aveva anch’egli di fatto realizzato il suo personale salto di qualità.
“La morte del Casillo e la sconfitta del Cutolo avevano determinato l’ascesa di Carmine Alfieri che, ormai incontrastato, era diventato rapidamente il punto di riferimento in Campania sia delle organizzazioni criminali, che del ceto imprenditoriale e politico locale”.

L’intreccio tra politica e camorra
Proprio i rapporti con il clan Alfieri saranno al centro di una iniziativa clamorosa dei magistrati napoletani che il 6 aprile 1993 inoltreranno al ministro della giustizia Conso, che la trasmetterà due giorni dopo al Presidente della Camera dei Deputati, la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei deputati Paolo Cirino Pomicino, Alfredo Vito, Raffaele Mastrantuono e dei senatori Antonio Gava e Vincenzo Meo per il reato di concorso in associazione di stampo mafioso, pluriaggravata. Dalle dichiarazioni rilasciate ai magistrati dal pentito di camorra Pasquale Galasso, e sembra successivamente confermate dallo stesso Alfieri, emerge in maniera chiara il livello a cui é ormai giunto l’intreccio perverso tra politica e camorra. Esso si fonda non solo su scambi continui di favori, in particolare in occasione di competizioni elettorali, bensì su un vero e proprio sistema di controllo congiunto del territorio. E’ stato in più sedi accertato che non di rado si é verificato che personaggi politici ed amministratori a livello locale fossero al tempo stesso uomini della politica e della camorra.
Dalla testimonianza Galasso emerge inoltre in maniera inequivocabile la conferma della assoluta rilevanza che ha avuto la vicenda Cirillo nella definizione delle future alleanze tra il clan Alfieri e settori della Democrazia Cristiana. Se gli sviluppi delle inchieste e gli esiti dei processi dovessero confermare quanto emerso nella fase istruttoria, cosa che a noi sembra, sulla base degli elementi probatori raccolti e dai riscontri effettuati dai magistrati, più che probabile, bisognerà probabilmente riscrivere la storia di larga parte della società campana e meridionale. Bisognerà riconoscere che é stata combattuta una guerra nella quale le regole, ancora loro, non sono state uguali per tutti, che i diritti fondamentali previsti dalla costituzione non sono stati, per larga parte dei cittadini meridionali, effettivamente esigibili. Per i cittadini di questa parte del Paese la democrazia formale non ha mai subito fino in fondo quel processo di trasformazione in democrazia sostanziale che invece sarebbe stato indispensabile. E questo, come é ovvio, non per colpa di un destino cinico e baro, ma per responsabilità chiarissime di una classe politica che ha scelto di essere ceto dominante e non classe dirigente e che non ha esitato a tale scopo ad utilizzare ogni mezzo disponibile.
Se questo punto di vista ha una qualche fondatezza ne deriva che il ceto politico della prima repubblica ha non solo la responsabilità di non aver combattuto a sufficienza, sul terreno sociale e su quello repressivo, la criminalità organizzata, ma di averla utilizzata e per certi versi prodotta allo scopo di rafforzare e stabilizzare il proprio sistema di potere. Ciò che qui intendiamo sostenere é che si é verificato in Campania, nel corso degli anni 80, qualcosa di simile a ciò che é avvenuto nell’immediato dopoguerra in Sicilia quando la mafia é stata utilizzata dagli alleati come potente alleato nel fronte anticomunista. Come ha scritto Gianni Cipriani nel libro “I mandanti” (Editori Riuniti, 1993), “La Sicilia era strategicamente indispensabile per le esigenze militari dell’Alleanza atlantica. Per questo non poteva essere corso il minimo pericolo che l’isola facesse parte di uno Stato italiano governato da una coalizione di partiti che comprendesse le sinistre.(…) Nel 1948, con la vittoria della Democrazia Cristiana (…) l’esercito separatista é stato rapidamente scaricato, la mafia passata in blocco alla Democrazia cristiana e Giuliano assassinato dai sicari di Cosa Nostra. (…) Quel patto tra Cosa Nostra e lo Stato italiano non é mai stato seriamente messo in discussione. E la mafia(…) é diventata una delle strutture parallele attraverso le quali é stata controllata militarmente una parte del territorio nazionale e sono state gestite scelte politiche determinanti.”
Ci sembra sia questo un punto decisivo del nostro ragionamento non solo perché, come abbiamo più volte ricordato, l’esatta comprensione di un fenomeno é una condizione indispensabile per affrontarlo efficacemente, ma anche perché esso rappresenta l’elemento chiave affinché si possa parlare, come noi stiamo facendo, di sistema politico malavitoso.
Detto in altri termini, la camorra in Campania negli anni 80 non é stata un potere alternativo allo Stato, o a quegli uomini e a quei partiti che lo Stato hanno occupato. Essa ha rappresentato invece il lato oscuro della forza di un sistema nel quale l’illegalità era una delle caratteristiche indispensabili del meccanismo di riproduzione. Per questo essa doveva essere norma, e non eccezione. Da questo punto di vista, perfino Carmine Alfieri ha mostrato di avere una visione distorta, per certi versi romantica, della realtà, quando nella prima fase del sequestro Cirillo ha rifiutato di fare da intermediario con le Brigate rosse perché voleva evitare di prestarsi al gioco di quei politici che a suo giudizio avevano bisogno di lui molto di più del contrario. Quel suo rifiuto gli costerà caro e permetterà a Cutolo, suo avversario storico, di rafforzare ed estendere, nonostante la reclusione, la propria influenza sul territorio. Saranno gli anni di massimo splendore per l’organizzazione cutoliana e solo allorquando il capo della nuova camorra commetterà anch’egli lo stesso fatidico errore di considerarsi alla pari o addirittura un gradino più in alto dei suoi interlocutori politici, Alfieri avrà, come abbiamo visto, la possibilità di rientrare in gioco e di fatto vincere la sua guerra decimando le truppe avversarie o con la forza delle armi, o, quando é stato possibile, con quella della persuasione e dell’accoglienza dei “reprobi” tra le proprie schiere.

Il “sacco” di Napoli continua
Come abbiamo a più riprese affermato, un sistema tanto complesso e redditizio non poteva ovviamente nutrirsi di sole opere legate alla ricostruzione. Per l’ennesima volta nella sua storia, Napoli avrebbe pagato a caro prezzo la presenza ed il dominio di un comitato di affari che aveva bisogno continuamente di espandersi per poter soddisfare i propri sempre più famelici bisogni. Il secondo atto di quell’opera di devastazione che Rosi aveva trasformato in un film famoso, Mani sulla città, sarebbe stato perciò pienamente all’altezza del primo. E questa volta nel “sacco” non c’é solo l’attività edilizia. Questa volta la realtà ha davvero potuto superare ogni fantasia, e tutte le occasioni sono state buone per alimentare il mercato della tangente. Ma, per fortuna, anche i diavoli più bravi a fare pentole, come é noto, non hanno dimistichezza con i coperchi, e a quelli ci hanno pensato i magistrati.
L’operazione mani pulite a Napoli, che ancora un anno dopo l’esplosione della analoga vicenda milanese sembrava procedere con grande fatica ed appare in sostanza circoscritta al reato di voto di scambio, subisce una drammatica, per i soggetti coinvolti direttamente e per i loro cortigiani, e salutare, per tutti gli altri, accelerazione, nel momento in cui l’onorevole Alfredo Vito, mister centomila preferenze alle elezioni politiche di un anno prima, due eé potenti assessori del comune di Napoli, Silvano Masciari ed Antonio Cigliano ed un eé consigliere comunale, Luigi Manco, messi alle strette dal paziente ed intelligente lavoro di magistrati e forze dell’ordine, sostanzialmente isolati dai loro eé amici e complici, decidono, con tempi e modalità diverse, che é venuto il momento di collaborare con la giustizia.
Vengono finalmente alla luce i molti misfatti dei re, dei vicere e dei tanti faccendieri cresciuti all’ombra della malapolitica e del malaffare. Il marcio comincia finalmente a venire a galla. Si scoprono così le tangenti relative al processo di privatizzazione del servizio di nettezza urbana, nell’ambito delle quali vengono indagati oltre allo stesso Vito, all’assessore Cigliano ed a diversi consiglieri comunali, gli onorevoli Giulio Di Donato, Ugo Grippo, Berardino Impegno, Raffaele Mastrantuono, Vincenzo Scotti e Michele Viscardi; le tangenti relative al processo di privatizzazione del servizio di gestione del patrimonio immobiliare, nelle quali vengono coinvolti, oltre all’ineffabile Vito ed agli assessori e consiglieri di turno, gli onorevoli Paolo Cirino Pomicino, Francesco De Lorenzo, Giulio Di Donato,Raffaele Mastrantuono e Salvatore Varriale; le tangenti relative ai lavori della metropolitana di Napoli, che hanno per protagonisti, sul versante politico, oltre all’eé assessore Masciari ed al solito codazzo di consiglieri comunali, gli onorevoli Carlo D’Amato, Francesco De Lorenzo, Giulio Di Donato, Giuseppe Galasso, Berardino Impegno, Felice Iossa; le tangenti relative ai mondiali 90, con le quali viene stabilito il record tutt’ora imbattuto di parlamentari inquisiti, 13. I loro cognomi, anche stavolta in rigoroso ordine alfabetico: Cirino Pomicino, D’Amato, De Lorenzo, Demitry, Di Donato, Galasso, Grippo, Impegno, Iossa, Russo, Scotti, Varriale, Vito. Il lavoro dei magistrati ha portato ad oltre 130 richieste di autorizzazioni a procedere nei confronti di parlamentari campani da parte delle procure di Napoli, Salerno, Caserta, Roma, Milano, Foggia.
Pensiamo bastino questi dati a dare un’idea di carattere generale su quanto é accaduto. Come si vede, quando abbiamo sostenuto che il livello di corruzione é tanto esteso e che gli stessi procedimenti giudiziari già aperti sono tanto numerosi che districarsi al loro interno é tutt’altro che cosa semplice, non abbiamo affatto esagerato. Metteremo perciò sotto osservazione due sole vicende. Al loro interno sono infatti contenuti tutti gli elementi necessari perché le si consideri significative e di rilevanza generale.
La prima di esse si riferisce ai lavori per la realizzazione della metropolitana di Napoli. Durante il suo interrogatorio del 5 aprile 93, riportato nella richiesta di autorizzazione a procedere contro Giulio Di Donato del 7 giugno 1993, Silvano Masciari dichiara ai magistrati “di essere stato informato, all’atto della sua nomina ad assessore ai trasporti nel 1985, della sussistenza di un accordo in base al quale la Metropolitana di Napoli si era impegnata a versare, in favore di quasi tutti i partiti rappresentati nel consiglio comunale, contributi periodici in danaro. L’impegno consisteva nel pagamento di somme bimestrali fissate in lire 150 milioni.(…) Intorno al 1989 vi fu una crisi dei rapporti della Metropolitana di Napoli con i partiti e si dovette rinegoziare l’accordo(…) in sostanza ad ogni approvazione di delibera vi sarebbe stato un pagamento. Ciò avrebbe consentito alla Metropolitana di raggiungere il suo scopo: ottenere sollecitamente le delibere, in quanto essi ritenevano che legando i pagamenti alle delibere, queste sarebbero state più sollecite. La Metropolitana lamentò che il meccanismo del pagamento bimestrale non aveva in alcun modo accelerato le delibere (…) in quanto l’accordo era generico (..ora..) si intendeva legare il pagamento delle quote alle singole delibere o gruppi di delibere; ciò avrebbe consentito alla Metropolitana di pagare la percentuale ai partiti quando aveva la sicurezza che gli atti amministrativi erano stati approvati.”
Di fronte a cotanto scempio, come avrebbe detto il Poeta che non pochi affanni dovette patire a causa dell’insipienza dei governanti e della poca accortezza dei concittadini, c’é sempre il rischio di perdere il senso della misura, facendo ricorso o alle frasi fatte, ai luoghi comuni, a una descrizione della realtà molto al di sotto delle necessità, oppure ai titoli gridati, ai termini altisonanti, alle desinenze tutte in issimo. L’uno e l’altro atteggiamento, a nostro avviso, non agevolerebbero quel processo di riflessione, di approfondimento, di comprensione non solo epidermica degli avvenimenti di cui si avverte un grande bisogno. Se non si realizza uno sforzo vero su questo terreno, se non si determina una forte consapevolezza collettiva di questa necessità, sarà molto facile, presto o tardi, passare ad altro, rimuovere, dimenticare, con tutte le conseguenze negative che un processo di questo tipo necessariamente comporterebbe.

Lo scandalo viaggia in metropolitana
La storia della metropolitana di Napoli é, anche da questo versante, emblematica. Ad una prima lettura non appare infatti diversa dalle mille altre venute alla ribalta dallo scandalo del Trivulzio ad oggi, nulla di più che una ordinaria storia di corruzione; essa invece presenta a nostro giudizio alcuni connotati originali estremamente utili a mettere in evidenza gli elementi peculiari che contraddistinguono la tangentopoli napoletana. Proviamo, dunque, ad evidenziarne alcuni.
Secondo quanto affermato dai magistrati nelle loro richieste di autorizzazione a procedere, gli episodi di corruzione legati alla metropolitana si riferiscono ad un periodo che va dagli anni precedenti al 1980 a quelli immediatamente successivi al 1990. Se ciò, come crediamo, é vero, ne deriva come logica ed obiettiva conseguenza che attorno ai finanziamenti per i lavori della Metropolitana si é determinato un patto strategico tra soggetti politici, economici e malavitosi all’interno del quale le tangenti erano oramai istituzionalizzate. Non si spiega altrimenti come possa essere accaduto che tale sistema abbia potuto tranquillamente essere tramandato di volta in volta attraverso almeno 4 tornate elettorali amministrative e coinvolgere numerose giunte, decine di esponenti politici tra sindaci, assessori, capigruppo, segretari ed amministratori di partito, parlamentari in carica ed eé. Non c’é stato fatto politico o istituzionale in grado di intaccare o spezzare questa catena. Si può insomma tranquillamente affermare che l’esempio della Metropolitana dimostra che ad un certo punto, a Napoli, le tangenti sono diventate una sorta di variabile indipendente, una presenza costante “al di là del bene e del male”.
L’altro elemento interessante che emerge da questa vicenda si riferisce al ruolo svolto dagli “altri”, da questa strana specie di marziani estranei al meccanismo tangentizio, che stavano fuori dal comitato di affari. Occorre veramente una fantasia particolarmente sviluppata per immaginare che un fenomeno di queste dimensioni e di questa durata, sia potuto passare per tanto tempo inosservato. Ci sembra invece molto più sensato ritenere che lo sviluppo sistemico delle tangenti non sia stato sufficientemente contrastato dal gran numero di coloro che per motivi diversi hanno fatto finta di non vedere o comunque si sono limitati a guardare in superfice.
E tra questi, come dimostrano le vicende giudiziarie del marzo ’94 e le inchieste aperte su alcuni noti magistrati, si sono di fatto ritrovati anche una parte di coloro che a vario titolo avrebbero avuto il diritto-dovere di controllare. Infine, non va mai dimenticato che in questa particolare categoria di “non vedenti” hanno militato vaste schiere di cittadini il cui consenso, non ultimo quello elettorale, verso i partiti che hanno governato la città, é stato decisivo per la sopravvivenza del sistema.

Gli interessi della “banda dei quattro”
Sia chiaro. Coloro che anche in quegli anni hanno cercato di opporre resistenza al vecchio che avanzava, non sono di certo mancati. Occorre però riconoscere che i loro sforzi, a tratti molto generosi, non hanno sortito gli effetti necessari. Troppa disparità tra le forze in campo, troppi gli interessi celati dietro quella che é stata definita la “banda dei quattro”.
Lo stesso sindacato, che pure ha avuto il merito incontestabile di non farsi travolgere dall’onda lunga della corruzione, non é però riuscito a rappresentare fino in fondo un punto di vista, un progetto alternativo a quello dei potentati politici ed economici. Non si tratta ovviamente di dimenticare le innumerevoli battaglie condotte in nome della vivibilità, dell’efficienza dei servizi, della qualità dello sviluppo produttivo, della stessa democrazia. Si farebbe un torto inaccettabile alle idee ed alle lotte di milioni di lavoratori e di pensionati, prima ancora che dei loro sindacati. Ci sono fatti che ancora oggi gridano vendetta. Valga per tutti la proposta di costruire un polo tecnologico nell’area orientale di Napoli nel momento in cui imperava il Pomicino-pensiero e NeoNapoli sembrava la panacea per i mali di Napoli. Ma anche nel sindacato é mancata la visione del disegno strategico generale che si stava portando avanti sulla pelle della città ed é prevalso dunque un atteggiamento di sostanziale consociativismo.
Detto in altri termini, il sindacato non ha saputo o voluto evitare di giocare sul terreno scelto dalle forze dominanti. E, su quel terreno, non poteva avere scampo. Gli stessi interessi materiali che esso organizzava spingevano in più di una occasione in quella direzione. Non a caso il sindacato si é trovato in alcune occasioni a dover resistere alle pressioni della “base”, particolarmente forti tra gli edili e nella provincia di Avellino, perché si chiedessero al governo centrale sempre nuovi finanziamenti. Ancora una volta sui bisogni della gente c’é stato chi ha tentato di costruire spurie convergenze di interessi e forti elementi di pressione con un metodo più volte utilizzato nella storia recente della città.
La vicenda della metropolitana propone ulteriori spunti di riflessione se si analizzano la periodicità con la quale le mazzette venivano elargite ed i meccanismi stessi di distribuzione. Essi rendono, infatti, tale vicenda per certi versi assimilabile a forme di estorsione continuata come il “pizzo”, piuttosto che ad un normale affare di tangenti. Ed é probabile che il sistema basato sul pagamento periodico di una cifra fissa rappresenti una delle cause del sostanziale disinteresse dei diversi protagonisti rispetto allo stato di avanzamento e di completamento delle opere. Mentre a Milano il sistema tangentizio non ha impedito che la linea 3 fosse completata, a Napoli, i finanziamenti erogati dal governo alla società Metropolitana di Napoli s.p.a. da una parte, e il pagamento di quella sorta di canone bimestrale con cui venivano illegalmente finanziati partiti o anche singole correnti dall’altra, sono stati i principali oggetti del desiderio e così l’ odissea che risponde al nome di metropolitana collinare é ancora molto lontana dall’essere conclusa. Dalle parti del Vesuvio, nessuno sembrava dunque avere interesse a che le opere fossero completate.
Anche dal versante imprenditoriale, come vedremo, le voci che si sono levate nel momento delle inchieste, e delle possibili incriminazioni, sono state pari al silenzio durato per tutto il corso degli anni precedenti. Infine, dalla metropolitana connection emerge il livello assolutamente inusitato di asservimento raggiunto dalle amministrazioni locali nei confronti del sistema dei partiti. Ancora una volta é indicativa una testimonianza dall’interno del sistema, registrata dai magistrati nel corso delle dichiarazioni rese da Silvano Masciari. Egli afferma -secondo quanto scritto nella richiesta di autorizzazione a procedere del 7 giugno 1993 contro De Lorenzo- che nel corso del 1989, allorquando la società Metropolitana di Napoli, ritenendo quello precedente non più soddisfacente, volle rinegoziare l’accordo con i partiti, pretese che questi ultimi “per avere i contributi informassero i propri assessori del fatto e li sollecitassero ad una rapida approvazione dei provvedimenti e a non frapporre ostacoli”. Come si vede potremmo tranquillamente riferirsi ai metodi di governo di qualche repubblica delle banane di inizio secolo senza doverci preoccupare di cambiare una virgola.

I campioni del mondo dell’appalto
La seconda vicenda che intendiamo approfondire é quella relativa ai lavori per i mondiali del 1990. Il lettore ricorderà quanto abbiamo precedentemente affermato in merito alle leggi speciali. Ebbene, l’esperienza delle costruzioni infrastrutturali per i campionati mondiali di calcio rappresenta a tale proposito un esempio emblematico. Che in Italia dovessero essere disputati i mondiali di calcio era un fatto già noto dal 1984 e ciò nonostante si attenderà il 1987 per emanare un primo decreto di urgenza, il decreto legge n. 2 del 3 gennaio di quell’anno, poi integrato da successivi provvedimenti, in particolare il decreto legge 121 del 1989 poi convertito nella legge n. 205 del 29 5 1989.
Provando a fare un bilancio complessivo sulle modalità di utilizzo dei finanziamenti e di realizzazione delle opere non si può che partire dalle comuni caratteristiche di disorganicità strutturale e di improvvisazione. Per Italia 90, in nome dell’urgenza, i lavori sono stati affidati per l’86% a trattativa privata, con le evidenti conseguenze negative sulla trasparenza nello svolgimento delle gare di appalto e nei controlli sulla esecuzione. Interventi non previsti originariamente dalle leggi in questione sono stati approvati dalle conferenze di servizio anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti. Sarà bene ricordare che le conferenze di servizio rappresentano in pratica lo strumento attraverso il quale é possibile evitare che una determinata delibera, riguardante più soggetti o enti, sia passata al vaglio di ogni singolo soggetto deliberante. Il procedimento é perfino semplice. Si convoca una riunione invitando tutti i soggetti formalmente interessati e si mette in votazione la delibera che, per essere approvata, ha bisogno del voto della maggioranza dei presenti. Non c’é quindi da meravigliarsi se una parte molto consistente degli appalti in opere infrastrutturali ed attrezzature sportive approvati mediante conferenze di servizio siano oggetto di indagini da parte della magistratura, per la disinvolta concessione dei lavori a trattativa privata e per la lievitazione dei costi dovuta alle troppe perizie supplettive. A questo proposito é ancora una volta indicativa la ricostruzione dei fatti fornita dalla magistratura e riportata nella richiesta di autorizzazione a procedere contro Scotti del 23 aprile 1993. “Con decreto legge n.24 del 28 gennaio 1989 vennero disposte procedure speciali (…) con rilevanti deroghe alle norme generali sulla approvazione dei progetti,(…) deroghe che si traducevano in una maggiore discrezionalità sulla scelta delle imprese appaltatrici e concessionarie.(…) Le decisioni circa le opere da realizzare, i finanziamenti da concedere, i consorzi cui affidare l’esecuzione, non sono state assunte in base a criteri trasparenti e improntati alle regole di buona amministrazione, bensì in base all’accordo intervenuto tra determinate imprese napoletane di grosso rilievo e determinati parlamentari di provenienza napoletana che avevano il controllo dei vari gruppi consiliari e dei vari assessorati.” Sembra di trovarsi di fronte ad uno stesso copione a cui viene di volta in volta cambiato frontespizio. Così sarà, per fare un altro esempio, con tutta la vicenda delle privatizzazioni dei servizi.
Tornando ai mondiali 90, si può tranquillamente affermare che i lavori previsti, dalla linea tranviaria rapida, alla sistemazione di piazzale Tecchio fino ai parcheggi hanno finito con il rappresentare essenzialmente un ulteriore grosso colpo per il comitato di affari, per coloro che hanno esercitato -continua il documento già citato- “in maniera continua un controllo indebito sulle scelte degli organi comunali al fine di favorire gli imprenditori che avevano già pagato o già promesso pagamenti.” Va per l’ennesima volta sottolineato il particolare zelo dell’immancabile Cirino Pomicino che, secondo quanto affermato nelle richieste di autorizzazione a procedere, non esitò a convincere il costruttore Zecchina a versargli una tangente di 250 milioni, “minacciandolo, in caso di mancato versamento, di recargli danni nella sua qualità di ministro del bilancio e di deputato.”
E pensare che Italia 90 era stata annunciata, nella migliore tradizione retorica meridional-popolare, come una grossa occasione di sviluppo per la città. Del resto, ogni qualvolta é stato perpretato un danno nei confronti di Napoli e più in generale del Mezzogiorno non si é mai fatto risparmio di espressioni come opportunità di sviluppo, treni da non perdere, rilancio economico e sociale ecc.
La lezione che crediamo si dovrebbe trarre da queste vicende, sta proprio nella necessità di lasciarsi alle spalle l’era delle promesse e delle belle parole senza sostituirle con altre parole, neanche se pronunciate da soggetti obiettivamente o anche soltanto ai nostri occhi più credibili. Non ci stancheremo di ripetere che il rimedio non sta tanto nelle persone, che pure sono importanti, quanto, soprattutto, nelle regole. Ed é sulle regole che dovranno poggiare le speranze di cambiamento. Altrimenti il futuro non potrà che essere ancora intriso di arbitrii, abusi, inganni. Del resto, larga parte della storia di questi anni può essere considerata nient’altro che una gigantesca commedia degli inganni nella quale i bisogni di emancipazione e di sviluppo del mezzogiorno sono stati il paravento dietro il quale perpretare, come abbiamo visto, ogni sorta di misfatto. E in tale commedia il potere politico non é stato certo il solo a farla da protagonista.

Concussi o corruttori?
Una parte altrettanto importante, in questa Napoli che é andata sempre più assomigliando a un palcoscenico sul quale giorno dopo giorno, arbitrio dopo arbitrio, veniva rappresentata la saga della corruzione e dell’impunità, é stata quella interpretata dagli imprenditori. Il peso avuto dal potere economico nel sistema che ha governato Napoli durante questi lunghi anni é stato indubbiamente significativo, anche se rimane tuttora aperta, anche all’interno della magistratura, la disputa se essi debbano essere considerati correi, concussi o corruttori. Una tale questione, oltre ad essere niente affatto irrilevante per le sue conseguenze sul terreno penale, non é ovviamente di poco conto anche rispetto all’esigenza, fin dall’inizio sottolineata, di comprendere ciò che é successo e su quali forze si potrà contare effettivamente nell’opera di ricostruzione. Le ragioni per le quali la nostra risposta al dilemma delle tre “c” é tanto netta ci sembrano francamente del tutto evidenti. Non sottovalutiamo certo il fatto che quando un fenomeno ha l’ampiezza di quello che stiamo qui esaminando, non é possibile, fosse pure soltanto per ragioni statistiche, esclududere totalmente nessuna delle possibilità sul tappeto. Siamo però altrettanto convinti che poiché non si tratta di procedere ad un’analisi caso per caso bensì di valutare quale é stato il ruolo svolto dal ceto imprenditoriale nel suo complesso, si può ragionevolmente sostenere che gli imprenditori non solo sono stati pienamente dentro il sistema ma per certi versi hanno contribuito essi stessi a crearlo. Roberto Esposito e Massimo Cacciari, nel corso di un faccia a faccia pubblicato dalla rivista La città nuova ( Macchiaroli Editore, n.3-4 1993) hanno sviluppato a questo proposito alcune riflessioni sicuramente interessanti. “Tangentopoli é l’espressione di un modo di produzione economico-politico. (…) Il problema é la connessione tra economia e politica. Più precisamente, la subordinazione della politica a un determinato modo di intendere e praticare il mercato. L’illegalità non é stata l’eccezione, bensì il motore, per un modo di produzione giocato tutto sullo scambio improprio tra ragioni della politica e ragioni dell’economia”. “(…) Tangentopoli mette a nudo un sistema unico, nel quale non si può distinguere l’imprenditore dal politico. In quel sistema, infatti, l’imprenditore non fa l’imprenditore, va a caccia di rendita; non si colloca sul mercato, va a caccia di spazi che gli garantiscono rendite, nel campo dei lavori pubblici e più in generale nei campi in cui l’investimento é sostanzialmente pubblico”. Molto probabilmente, su questo terreno esistono alcune differenze significative tra la tangentopoli napoletana e quella milanese, le cui origini vanno ricercate in primo luogo nelle diversità di storia e di struttura che esistono tra il ceto imprenditoriale del nord e quello del sud del Paese.
Il mezzogiorno d’Italia non ha mai avuto una forte classe imprenditoriale. Si può perfino ritenere, come é stato fatto con più di una ragionevole argomentazione, che la repressione di ogni sua vocazione industriale e dunque della possibilità di veder sviluppata una propria imprenditoria sia stato uno dei prezzi pagati all’unità d’Italia, ma ciò non cambia in maniera sostanziale i termini della questione. La storia industriale del Sud é soprattutto, nel bene e molto più spesso nel male, storia delle Partecipazioni Statali. Esse sono state per lungo tempo considerate come il braccio operativo di una strategia di sviluppo che potremmo definire organico e a decisione politica. In estrema sintesi si può affermare che tale strategia si fondava sull’idea che localizzando nel sud una grande impresa, meglio se a partecipazione statale, si sarebbe quasi automaticamente avviato il processo di sviluppo dell’industria locale.
Il caso più recente e clamoroso di fallimento di questa impostazione é stato quello relativo all’insediamento Alfasud di Pomigliano d’Arco, ma eredi illustri della stessa impostazione sono presenti in tanti altri settori, dalla siderurgia all’aerospaziale. Si é invece prestata molta poca attenzione ai fattori locali di sviluppo, alla piccola e media impresa, alla necessità di favorire la crescita economica e produttiva migliorando servizi e infrastrutture e guardando all’impresa in quanto soggetto creatore di ricchezza e dunque anche di nuova capacità imprenditoriale. Che era questa una strada utile da perseguire lo dimostra il fatto che uno dei pochi bilanci positivi che il Sud può vantare sul terreno economico é quello relativo alla legge 44, che come é noto definisce il sostegno alle attività imprenditoriali giovanili. Purtroppo però esso é rimasto un caso sostanzialmente isolato. Non che siano mancati, o manchino attualmente, singoli punti di eccellenza e settori tradizionalmente leader, ma l’intelaiatura, la struttura portante dell’industria campana e meridionale é stata di fatto trascinata nel fallimento di una idea di sviluppo rivelatasi sostanzialmente sbagliata. Da qui la debolezza di una presenza produttiva che oggi é affidata per larga parte a quel settore edile che non a caso rappresenta uno dei settori più esposti alle infiltrazioni ed agli inquinamenti affaristico malavitosi.
Già il 30 luglio 1988, il giudice istruttore di Napoli, come ci ricorda la richiesta di autorizzazione a procedere contro Pomicino, affermava nella sentenza relativa al procedimento contro Nuvoletta che “(…)il settore imprenditoriale é stato utilizzato come terreno di conquista da parte delle più moderne organizzazioni criminali(…) L’impresa del Mezzogiorno é stata individuata da parte delle organizzazioni (…) come punto particolarmente debole del tessuto sociale”. Ed é estremamente significativo il modo nel quale un altro magistrato, Nicola Quatrano, parla a Giovanni Marino nel libro “Bella e mala Napoli” (Laterza, 1993), dei rapporti tra imprese e corruzione. “Non siamo di fronte ad imprenditori puri che si adeguano al mercato della tangente e al momento opportuno si scaricano la coscienza parlando al magistrato e vuotando il sacco; ma ci troviamo davanti a persone che esistono in quanto esiste il mercato del racket e dell’intervento pubblico.(…) Diciamolo, spesso chi paga non é vittima, ma compartecipe, espressione di questo perverso sistema.”.
Come si vede, ci troviamo di fronte a giudizi estremamente duri. Ed essi verranno sostanzialmente confermati dalla sentenza contro l’assessore regionale democristiano Armando De Rosa, condannato a 3 anni per corruzione. Proprio il cambiamento del capo di imputazione da concussione a corruzione fa presagire che il collegio giudicante ha considerato sussistesse un accordo tra corrotto e corruttori, il che rende questi ultimi penalmente perseguibili. Per quanto ci riguarda siamo più che convinti che, in linea generale, sia questa la chiave più utile per comprendere il fenomeno tangentopoli. Da questo punto di vista, riteniamo eccessivamente indulgente l’idea formulata dal giudice Quatrano in merito al ruolo svolto dagli imprenditori “puri” del Nord. Anche per quanto riguarda il Nord, una rappresentazione del mondo imprenditoriale sostanzialmente succube del ceto politico ci lascia francamente molti dubbi. La stessa tangentopoli milanese ci pare dimostri come in linea generale gli imprenditori avessero, o comunque si aspettassero, un sostanzioso ritorno dalle mazzette sborsate a favore dei diversi politici.

Una legalità a “doppio regime”
In ogni caso, una lettura della diffusione dei livelli di corruzione sostanzialmente centrata sul concetto di devianza non serve a spiegare quanto effettivamente é accaduto. Per quanto possa sembrare paradossale, nel sistema politico economico che ha retto la prima repubblica era previsto una specie di doppio regime di legalità. Così é stato sul terreno politico dato che un sistema formalmente democratico, nel quale era formalmente prevista la possibilità che l’opposizione assumesse responsabilità di governo, nel quale a tale scopo si tenevano formali e regolari elezioni, era in realtà, come abbiamo scoperto dopo il 1989, un sistema bloccato. Così é stato sul terreno economico con un modello di sviluppo capitalistico che rivendicava il libero mercato ma era in reltà fortemente assistito.
In un sistema del genere gli unici soggetti effettivamente deviati hanno finito con l’essere coloro che rispettavano le regole. Giulio Sapelli ha parlato recentemente di tale sistema in un libro dal titolo abbastanza eloquente, cleptocrazia, il meccanismo unico della corruzione tra economia e politica, definendolo “come prodotto storico di un capitalismo familistico amorale e collusivo con la balcanizzazione della pubblica amministrazione, nell’assenza di solide istituzioni politiche e di mercato, nell’emergere impetuoso di nuove particolaristiche classi politiche”. Ovviamente, qualunque sistema, per sopravvire, ha bisogno di mantenere determinati equilibri. Esso é perciò saltato nel momento in cui é stato portato al limite estremo, allorquando ha ritenuto, nel suo delirio di onnipotenza, di poter travolgere ogni cosa.
Il doppio regime di legalità, perfino la doppia morale non erano incompatibili con la sopravvivenza del sistema, in particolare nella fase storica antecedente alla caduta del muro di Berlino. Il dominio esplicito dell’illegalità e dell’arbitrio, nel momento in cui cadeva il comunismo e dunque ogni legittimazione ad uno Stato a sovranità limitata, si. Ad un certo punto i costi si erano fatti così pesanti, anche per effetto di una crisi economico finanziaria che non poteva più essere scaricata sul debito pubblico, e le ingiustizie così imsopportabili da rendere inevitabile un cambiamento di fase. E più sono rimasti inascoltati i campanelli di allarme provenienti dalla società, dai referendum per le riforme elettorali alla tumultuosa crescita della Lega, più violenta é risultata essere la resa dei conti finale.
Se questo é ciò che sostanzialmente é avvenuto a livello nazionale, si comprende bene come nel sud, ed a Napoli in particolare, elementi peculiari di debolezza del sistema sociale nel suo complesso nonché, come abbiamo visto, del sistema delle imprese, abbiano potuto rappresentare dei veri e propri moltiplicatori degli effetti perversi del sistema.

La banda De Lorenzo
C’é una vicenda, che non abbiamo fino ad ora trattato, che rappresenta a nostro avviso un punto decisivo per comprendere le ragioni per le quali la tangentopoli napoletana ha oggettivamente una rilevanza di primo piano nella ricostruzione della mappa della corruzione nazionale. Ci riferiamo alle tangenti legate al sistema sanità. La vicenda in sé é troppo nota per aver bisogno di essere ricordata. Basta dire che non c’é stato aspetto della salute e della stessa vita umana sul quale De Lorenzo e la sua banda non abbiano speculato. Per quanto possa sembrare atroce, non si sono fermati neppure davanti a quelle che vengono comunemente definite malattie terminali.
La banda De Lorenzo meriterebbe di finire ad Antenòra, il sottocerchio del lago Cocito laddove nel ghiaccio più puro Dante aveva collocato i traditori politici. Non riuscendo a sperare in una improbabile giustizia divina, bisognerà fare in modo che quella terrena agisca fino in fondo nell’individuazione delle diverse responsabilità. Per questo occorre fare ogni sforzo per contribuire a ricostruire le diverse parti di un puzzle che, una volta completato, molto probabilmente si dimostrerà molto di più di una sporca storia di tangenti. Vediamo dunque di ricostruire personaggi e interpreti di quella che i mass media hanno immediatamente definito sanitopoli.
C’é una intera famiglia messa sotto accusa. Ferruccio De Lorenzo, iscritto alla P2, codice E 16.77 nella lista sequestrata a Castiglion Fibocchi, già presidente dei medici napoletani e presidente dell’Enpam (l’ente nazionale di previdenza dei medici); Francesco De Lorenzo, eé ministro della sanità, 35 capi di imputazione; Renato De Lorenzo, avvocato, componente del comitato di gestione della USL 40, mente economica della premiata ditta. Un propabile suicida, il professor Antonio Vittoria, preside della facoltà di Farmacia a Napoli, componente dal 1988 del CIP farmaci, Maestro della loggia Trimegisto 1019 di Napoli, aderente al Grande Oriente d’Italia (G.O.d’I.), al momento della morte ufficilmente in “sonno” nonostante avesse con sé, durante le ultime ore di vita, una borsa contenente paramenti massonici. Il suo corpo é stato cremato tanto velocemente da poter aspirare al Guinness dei primati grazie all’interessamento di un amico di famiglia, massone iscritto alla P2. Un professore del quale si può affermare che vale almeno tanto oro quanto pesa, Duilio Poggiolini, tessera P2 n. 2247, direttore generale del ministero della sanità. A questo proposito citiamo ancora il libro di Gianni Cipriani. “Ecco in dettaglio il tesoro di Poggiolini: 6000 sterline d’oro di varia epoca, centinaia di Krugerrand (moneta d’oro del Sudafrica del valore di 560 mil lire l’una), centinaia di monete d’oro di varia provenienza (50 di epoca romana), 200 monete d’oro da 50 e 100 Ecu, 100 lingotti d’oro da 10, 25, 50, 100, 200 e 500 grammi e 8 pezzi da 1 chilo. Oggetti in oro di vario genere, 20 diamanti di 1,20 carati, 7 placche d’oro e 10 lingotti d’argento, rubli d’oro dello zar Nicola II. In più 2 conti correnti di mezzo miliardo a Roma e un conto a Genova per circa 12 miliardi”. Senza contare i quadri, gli innumerevoli oggetti d’oro ed i 20 miliardi in possesso della eé moglie, Piera De Maria. Un altro emerito scienzato, il professor Elio Guido Rondanelli, vicepresidente della Commissione nazionale per la lotta all’Aids nonché direttore scientifico del policlinico San Matteo di Pavia, iscritto alla loggia P2, oltre che vecchio massone aderente al G.O.d’I. di Pavia, nonché garante dell’iscrizione di Poggiolini alla P2.
Come si vede, c’é un filo molto chiaro che lega i diversi protagonisti di questa vicenda ed é la loro affiliazione massonica, con una smaccata preferenza per le logge segrete che, a norma degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi del 1982, sono dichiaratamente illegali. Al vertice della piramide c’era Francesco De Lorenzo, “coperto” dal grande vecchio Ferruccio, e a uno stadio immediatamente successivo operava la sacra Trimurti formata da Poggiolini, Rondanelli e Vittoria. Le parole con le quali il procuratore capo Agostino Cordova ha motivato la sua convinzione che Napoli é lo snodo centrale del meccanismo della corruzione nazionale, sulle quali torneremo più avanti per quanto necessariamente generiche, fanno comunque intravedere proprio nella malasanità uno degli elementi portanti su cui poggia tale teorema.
Per questo non basta parlare di tangentopoli. Qui ci troviamo di fronte ad un sistema nel quale perfino l’attività legislativa é stata piegata agli interessi personali e politici della Direzione Strategica, dei Mandanti, come li chiama Cipriani nel libro precedentemente citato. Come non ricordare i legami di Sua Sanità con l’avvocato Martucci, eletto parlamentare della Repubblica nella fila del PLI, famoso penalista difensore dei boss della camorra dell’aversano ed anch’egli raggiunto nel marzo del ’94, da un mandato di arresto. O quelli con Raffaele Perrone Capano, eé assessore liberale all’ecologia della Provincia di Napoli, incriminato per le tangenti ricevute in cambio di rifiuti smaltiti nelle discariche campane. Per la cronoca sarà bene ricordare che in quella storia, guarda caso, é coinvolto, secondo i magistrati, un certo Licio Gelli. Troppe le coincidenze per essere tali. Sarà assolutamente necessario riuscire a fare su questa come sulle altre vicende, piena luce. E affinché questo avvega ci sarà bisogno del concorso di molti fattori. Il lavoro dei magistrati, certamente indispensabile, da solo non basta. Ma di questo parleremo nel prossimo capitolo.

LA PRIMAVERA NAPOLETANA: ISTRUZIONI PER L’USO

Protagonisti e interpreti
Ricordate Michael Keaton e Jack Nicholson? Sono sulla torre campanaria di Gotham City, uno di fronte all’altro. Sullo schermo interpretano l’eterno conflitto tra il bene e il male, che per questa volta hanno le sembianze di Batman e Joker. Solo pochi metri di pellicola separano lo spettatore dal momento sempre atteso della resa dei conti. Joker, rivolto a Batman, pronuncia la frase destinata a gettare nuova luce e a fornire una diversa e forse più interessante lettura della trama del film: “Razza di idiota, tu mi hai fatto, ricordi?”
Proviamo a spostarci dal pianeta celluloide al pianeta terra e da Gotham city a Napoli, la prima domenica di aprile del 1992. Si vota per la prima volta per la Camera dei Deputati con il meccanismo della preferenza unica, come aveva voluto la maggioranza del popolo italiano che così si era espresso nel referendum di circa un anno prima. Centosettemila cittadini della circoscrizione Napoli Caserta decidono di impiegare questa loro unica possibilità dando il voto ad Alfredo Vito, democristiano legato a Gava, che nei giorni successivi irromperà nel firmamento della politica nazionale con l’appellativo di mister centomila preferenze.
Goffredo Locatelli, nel suo volume Mazzette e Manette (Pironti, 1993) ne traccia un ritratto sintetico ma efficace. “Pur navigando per carattere sotto l’acqua della politica spettacolo,(…) era certamente il numero uno della DC a Napoli. (…) Aveva in mano i terminali della corrente dorotea. Servivano per entrare in una fitta ragnatela di rapporti che hanno attraversato decine e decine di comuni dal più grande al più piccolo e poi provincia, regione, usl, porto, aeroporto, mostra d’oltremare, consorzi, banche ed enti. A Napoli Vito controllava la segreteria cittadina, il vicesindaco, il capogruppo, una parte consistente dei consiglieri comunali e la maggioranza dei consiglieri circoscrizionali”.
La sua stella conoscerà, con le inchieste legate allo scoppio della tangentopoli partenopea, un tramonto tanto rapido da far sembrare perfino inevitabile che egli ne venga travolto. Invece, ancora una volta, l’eé luogotenente di Gava troverà il modo di ritagliarsi, all’interno del copione, una parte che non molti avevano previsto. Sarà infatti protagonista di una clamorosa conversione che gli farà decidere di fornire ai magistrati prove e riscontri che si riveleranno fondamentali per una migliore riuscita dell’operazione mani pulite all’ombra del Vesuvio. Il fatto si dimostrerà di quelli destinati a suscitare scalpore.
Il Procuratore Generale della Corte di Appello di Napoli, Vincenzo Schiano di Colella Lavina, nella sua Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 1993, definirà le dichiarazioni di Vito ai magistrati “dettagliate e sincere”. Se sul primo aspetto non ci sono dubbi, sul secondo nutriamo francamente molte perplessità. In ogni caso, pensiamo sarebbe sbagliato sottovalutare la possibilità che l’esponente democristiano sia stato soprattutto molto abile nel comprendere il mutamento di scenario che si andava profilando e ad offrire conseguentemente ai magistrati la propria collaborazione. Ciò gli ha consentito tra l’altro, così come prevede la legge, di patteggiare la riconsegna di 5 miliardi, di limitare i danni ad una condanna di pochi anni con la condizionale ed all’interdizione dai pubblici uffici e di tornare nell’ombra, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta per lui molto più rischiosa relativa al reato previsto dall’articolo 416 bis del codice penale, il concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso, pluriaggravata.
Il tempismo e la velocità con cui tutto questo é avvenuto non può non destare sospetti. Perfino Manzoni, al quale certo non mancava il back ground culturale e religioso, come si direbbe oggi, per esaltare tutto quanto riguardava le vie dell’umana salvezza, sentì il bisogno di rappresentare, affinché apparisse credibile, il pentimento dell’Innominato come un travaglio lento e doloroso.
I fatti successivi hanno confermato che il tentativo di contrapporsi alle diverse inchieste della magistratura gridando al complotto o anche solo continuando a dichiarare, in barba all’evidenza, la propria estraneità dai fatti addebbitati, era del tutto velleitario e destinato in quanto tale non solo a naufragare ma anche a compromettere ogni realistica possibilità di limitare i danni, di sottrarsi alle luci di una ribalta divenuta sempre più scomoda e imbarazzante. Torneremo su questo aspetto. Per adesso ci sembra più utile continuare a ragionare attorno alle motivazioni che hanno portato tanta parte dell’elettorato, ancora nell’aprile 92, a dare il proprio consenso ad un sistema politico che anche a guardarlo con la più grande disponibilità non mostrava altro che inefficienza e corruzione.
Shakespeare, nei “Sonetti” (Sansoni, 1964), ha scritto che “Dolce all’estate giunge il fiore di estate, Anche se per sé solo cresca e muoia, Ma se quel fiore in corruzione incontri, L’erba più vile lo soverchia in onore. Quel ch’é piu dolce, con gli atti più agro diventa, E putrefatti gigli puzzan ben peggio che erbacce”. Perché i napoletani, in quell’aprile del ’92, non hanno avvertito il nauseabondo odore emanato dai dominatori degli anni 80? Per usare le parole di Joker, perché gli elettori di questa città splendida e dannata hanno scelto di”fare” i Vito, i Pomicino, i Di Donato, i Gava, i De Lorenzo e via discorrendo? Perché hanno per così lungo tempo rinunciato al loro status di cittadini per continuare ad essere sudditi di questo regno dell’illegalità? Perché hanno aspettato le elezioni comunali di fine 93 per dire basta con il vecchio sistema?
Sarà bene tenere a mente che la Democrazia Cristiana aveva raccolto, nel 1992, nel solo comune di Napoli 208.870 voti alle politiche (31,6%) e 178.096 alle comunali (29,8%); il Partito Socialista 105.512 voti alle politiche (15,9%) e 115.904 alle comunali (19,5%); il Partito Liberale 29.012 voti alle politiche (4,4%) e 36.099 alle comunali (6,0%); il Partito Socialista Democratico 21.695 voti alle politiche (3,3%) e 35.533 alle comunali (5,9%); il Partito Repubblicano 27.331 voti alle politiche (4,1%) e 37.567 alle comunali (6,3%). Basta fare delle semplici somme e si scopre che il pentapartito ha messo assieme, appena due anni fa, 390.420 voti alle politiche, pari al 59,3% dei voti, e 403.199 alle comunali, pari al 67,5% dei voti.
Non si può spiegare un consenso tanto vasto esclusivamente con la influenza esercitata dalla camorra e con la sua capacità di controllo, anche elettorale, del territorio. Se si fosse trattato solo di questo, sarebbero inspiegabili tanto l’elezione a sindaco di Antonio Bassolino, quanto la conferma dell”opzione’ progressista alle elezioni del 27 e 28 marzo del 1994. Molto più semplicemente, bisogna riconoscere che coloro che hanno governato lo hanno fatto con il consenso di un bel pò di cittadini. Anche senza avventurarsi in un’analisi scientificamente dettagliata del voto, che richiederebbe una valutazione molto più approfondita dei livelli di astensionismo, che sono stati costantemente in crescita, e dei diversi flussi elettorali per quartieri, età, ceti professionali, questo dato ci sembra comunque difficilmente confutabile.
Se ciò é vero é evidente che uno schema interpretativo che tentasse di ricondurre la tangentopoli napoletana esclusivamente alle malefatte della banda dei quattro e dei loro complici sarebbe assolutamente inadeguato. Non si può, da soli, mettere in ginocchio una città, ed ottenere tanto consenso alle elezioni. E’ dura da digerire, ma é così.
Del resto il nostro problema non é certo quello di nascondere una verità che, per quanto sgradevole, rimane comunque tale, quanto quello di individuare delle spiegazioni convincenti ad un fenomeno che lo stesso Cardinale Michele Giordano, nella sua lettera ai cittadini ed ai loro rappresentanti del 15 ottobre 1992, aveva puntualmente denunciato. “L’illegalità non investe solo la conduzione delle istituzioni ed amministrazioni pubbliche sotto il profilo di un codice etico politico, le pratiche dei partiti e di altre organizzazioni anche imprenditoriali, ma investe gli stessi cittadini in quanto adottano, utilizzano, favoriscono pratiche e/o sistemi illegali o ai limiti della illegalità nella ricerca di utili, vantaggi immediati e forse di aspettative riconosciute”.
E’ questo un punto molto importante perché, come osserva giustamente Peter Schneider (Micromega, 4/93) “Quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi eé capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. (…) Gli italiani (..tanto meno i napoletani..) non possono ingannare se stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione”. Vedremo di qui a poco quanta verità é contenuta in questa affermazione.

Non solo vittime del sistema
Partiamo dunque da qui, e andiamo alla scoperta delle ragioni per le quali i napoletani, o per meglio dire gran parte di essi, non sono stati soltanto vittime del sistema, ma da esso hanno contemporaneamente tratto, o hanno ritenuto di trarre, le risposte necessarie al soddisfacimento dei propri interessi. E’ necessario essere molto precisi su questo punto. Operando innanzitutto una netta separazione tra l’aspirazione a vedere soddisfatti i propri interessi, cosa in sé del tutto legittima, e la specifica organizzazione materiale attraverso la quale essa si é di fatto concretizzata nella Napoli dell’ultimo quindicennio.
Le possibilità di cambiamento non stanno infatti in una improbabile contrapposizione tra interessi ed idee bensì nella individuazione di una concreta possibilità alternativa di vedere soddisfatta la propria utilitas, come avrebbe detto Spinoza, nell’ambito di un sistema fondato sul rispetto delle leggi e delle regole politiche, economiche, istituzionali. Fernando Savater, nel suo “Etica come amor proprio” (Laterza,1994), si cimenta, con ottimi risultati, proprio con l’esigenza di riflettere sull’incidenza che la ricerca del proprio interesse ha nella origine e nello sviluppo dell’azione umana.
E’ forse perfino superfluo ribadire che, per quanto ci riguarda, siamo da annoverare nelle fila di coloro che considerano del tutto naturale che gli individui si muovano per perseguire dei propri interessi. Come ha scritto Erich Fromm nel suo “Etica e psicanalisi” (Mondadori,1988) “il problema non é che la gente si occupa troppo del suo interesse, ma che non si occupa abbastanza dell’interesse del suo vero io; il fatto non é che siamo troppo egoisti, é che non amiamo noi stessi”. Parafrasando Fromm si può perciò sostenere che la maggior parte dei napoletani hanno tentato di perseguire il proprio interesse senza amare se stessi e, soprattutto, senza amare la propria città. Sono stati troppi coloro che hanno tirato a campare, hanno cercato di ritagliarsi un loro piccolo spazio di sopravvivenza, di rispondere alla propria insoddisfazione tentando di conseguire, nel caos generale, un qualche proprio tornaconto personale, spesso nella più totale assenza di ogni senso del dovere.
Ai disagi, a volte perfino alle umiliazioni, di una società che negava anche i diritti più elementari, gran parte della gente ha cercato di ovviare cercando di aggirare l’ostacolo, utilizzando quando é stato possibile il proprio sistema di relazioni interpersonali oppure, negli altri casi, chiedendo “il favore”. Si era giunti al punto che per ottenere un documento, fosse pure soltanto la carta d’identità, per essere ricoverati in tempo utile in un ospedale e perfino per trovare posto al cimitero era necessario avere quella che tra la gente di Napoli si chiama “a’ conoscenza”. Conoscere qualcuno, avere un santo a cui votarsi era dunque diventata la strada più ricorrente per risolvere un problema, fosse pure quello più banale. Le relazioni tra cittadini, istituzioni, pubblica amministrazione, enti e soggetti privati, fondate sul riconoscimento dei diritti hanno rappresentato sempre più una chimera mentre la rete dei rapporti clientelari si espandeva a ritmi esponenziali. E’ in questo contesto che si sono diffuse ed hanno proliferato la corruzione e la pratica dello scambio.
È vero. Come ha affermato il Procuratore Generale nella relazione citata, “Questa corruzione (il voto di scambio) é più grave addirittura dei brogli elettorali, perché sfrutta lo stato di bisogno degli elettori, li trasforma da liberi cittadini in clienti dei potenti, stravolge la realtà della competizione politica avvantaggiando gli esponenti dei partiti di governo, gonfia ed inquina la pubblica amministrazione”. Tanto più che i magistrati, nelle loro richieste di autorizzazione a procedere, hanno voluto definire molto precisamente i confini entro i quali é possibile parlare di reato di corruzione elettorale. Essi escludono infatti da tale reato le promesse generiche e quelle riferite ad un vasto numero di persone, nonché le semplici raccomandazioni e l’interessamento non avente scopo di condizionamento verso l’elettore. Il reato per essere tale deve prevedere un’utilità promessa a beneficio dello stesso elettore e deve fondarsi -come é scritto nella richiesta di autorizzazione a procedere contro De Lorenzo del 14 dicembre 1992- sul “commercio del voto: io do questa utilità a te se tu dai il voto a me”.
Contemporaneamente però, proprio queste valutazioni confermano la convinzione più volte ribadita che lo scambio perverso sul quale si é retto il rapporto tra il Potere e i cittadini ha rappresentato la regola piuttosto che l’eccezione. Il che ci riporta ancora una volta a considerare i cittadini non soltanto vittime ma anche complici del sistema e ad approfondire le ragioni che hanno reso possibile questa sorta di ossimoro sociale. Sylos Labini, nel corso di un forum sull’occupazione organizzato dal Sole 24 Ore nei primi mesi del 1994, ha sostenuto che “il problema del Sud non é tanto l’arretratezza economica, quanto quella civile, che é molto peggio di quella economica” e ha aggiunto, a sostegno della sua tesi, che “sarebbe interessante mandare un pool di ricercatori nelle città del Sud per vedere qual’é il reddito medio materiale. Si scoprirebbe che questo reddito non é molto inferiore a quello di città come Perugia e Siena, cittadine civilissime e floride. Ma come si ottiene questo reddito? Scippi, prostituzione, droga, piccole e grandi rapine: alla fine per una città del Sud si ottiene il 70-80% del reddito di Perugia”.
E’ ovviamente da addebitare alle caratteristiche proprie di tali tipi di forum la eccessiva semplificazione con la quale si tralascia di considerare sia l’ovvio rapporto che c’é tra arretratezza civile ed economica, sia l’importanza che rispetto all’una e all’altra rivestono i meccanismi e le forme di formazione del reddito. Ci sembra in ogni caso che vada colta positivamente l’indicazione di fondo contenuta nel ragionamento di Sylos Labini, che é quella di guardare ai problemi del Mezzogiorno non esclusivamente dal versante del reddito.
Coloro che reggevano le fila del gioco, durante il regno dell’illegalità, sapevano benissimo che una parte dei finanziamenti che giungevano a Napoli e nel Mezzogiorno attraverso l’intervento straordinario, la ricostruzione nelle aree terremotate, lo sviluppo dell’economia illegale, dovevano necessariamente tramutarsi in aumento del reddito pro capite. Era questa una delle condizioni indispensabili per evitare che insorgessero venti di rivolta ed avere la possibilità di dedicarsi alla costruzione di quella ragnatela che avrebbe permesso loro di ottenere i livelli di consenso politico ed elettorale precedentemente richiamati, a loro volta indispensabili per aumentare sempre più il loro potere e, conseguentemente, il loro giro di affari. E’ per queste ragioni che la discrezionalità e il carattere clientelare con cui é stata orientata e governata la spesa pubblica hanno finito con il rappresentare il più potente strumento di sostegno a favore delle classi dominanti.
Come vedremo più avanti, il sistema, già duramente colpito dall’azione dei magistrati, é andato definitivamente in crisi nel momento in cui non é stato più in grado di fornire risposte, per quanto perverse pur sempre tali, alle attese ed alle domande della gente. Ed allora esso é finalmente apparso nella sua inaccettabile illegalità, ed i potenti non sono più sembrati adatti a rappresentare i cittadini. Se questo, come crediamo, é vero, sarà allora assolutamente necessario che l’inevitabile rallentamento della spinta giudiziaria al cambiamento, che presto o tardi si verificherà, sia bilanciata dalla definizione di un nuovo contratto sociale fondato sull’azione comune delle istituzioni rinnovate, dei poteri economici e politici, delle associazioni e dei cittadini. E’ questo, come abbiamo ripetutamente affermato, l’unico antidoto vero al ritorno del passato. Un passato che non é stato sconfitto per sempre, né dal versante del potere e degli uomini che tale potere hanno rappresentato, né, soprattutto, da quello del rapporto tra i cittadini e la cosa pubblica. Lontano dalle luci della ribalta, strutture ed enti più o meno significative, continuano a vivere come se nulla fosse successo, quasi fossero in presenza di quei temporali estivi che, per quanto violenti, sono comunque destinati a non durare a lungo, ad essere rapidamente dimenticati con il ritorno del bel tempo. Basta fare un viaggio attraverso il “vecchio che resiste” per rendersi conto di quanto questo tipo di atteggiamento sia tuttora radicato.

L’illegalità “istituzionale”
Non a caso scegliamo di iniziare il nostro cammino con un esempio relativo alla Giunta regionale della Campania, utilizzando peraltro una fonte assolutamente al di sopra delle parti come la relazione svolta dal Procuratore regionale della Corte dei Conti, dottor Mario D’Urso, in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario 1994. In riferimento alla mancata realizzazione dei ruoli regionali del personale dipendente, nella relazione suddetta si afferma che “La giunta regionale, in difficoltà per tale pesante situazione, con deliberazione n.254 del 24/1/1994, ha operato un maldestro tentativo di superamento della situazione, avviando molto tardivamente e sulla base di presupposti illeggitimi, un procedimento per pervenire alla formazione dei predetti ruoli. Di tale mero espediente é in corso una informativa alla Procura della Repubblica di Napoli”.
In pratica la Giunta Regionale della Campania risponde ad un suo atto illegale, che tra l’altro le ha consentito di aggiungere alla sua sfilza di primati negativi anche quello di essere l’unica regione d’Italia in questa situazione, commettendo un’ ulteriore illegalità. Si potrebbero portare molti altri esempi di questo tipo, storie diverse di arbitrii e irregolarità. Ne scegliamo soltanto uno, che però é estendibile ad un gran numero di enti locali, utilizzando ancora una volta la relazione del Presidente della Corte dei Conti. “Vengono erogati compensi per il lavoro straordinario al personale dipendente a prescindere dai presupposti di eccezionalità che lo giustificano, e fondi di incentivazione alla produttività in modo del tutto anomalo ed illeggittimo (cioé sulla base della presenza del dipendente in ufficio) a prescindere dalla realizzazione di progetti finalizzati e senza un riscontro dei risultati da parte del nucleo di valutazione”.
Per quanto parziali, questi esempi ci sembrano più che sufficienti a fornire una esatta percezione di quanto nella regione Campania, sia tuttora saldamente operante, in rilevanti e significativi livelli istituzionali, l’intreccio tra inefficienza, incopetenza e illegalità.

Shopping al supermarket del carcere
Continuiamo il nostro viaggio, spostandoci verso una vicenda certamente diversa, ma anch’essa di grande rilevanza come quella del carcere di Poggioreale. Sottolineamo subito un primo dato. Una struttura che dovrebbe contenere non più di 1.225 detenuti, ne contiene invece 2.770, in pratica più del doppio. Più un formicaio dunque, che una casa circondariale. Ed alle formiche farebbe pensare anche il carattere fortemente gerarchico che ne regola la vita interna se non fosse per il fatto che nel carcere non c’é nulla di naturale o di ordinato. In carcere ai veri dannati della terra, i poveri, i malati di mente, gli eéstracomunitari, vengono assegnate le funzioni ed i ruoli più umili, mentre i potenti ed i camorristi, come afferma un dossier della Cgil-Funzione Pubblica della Campania, “hanno la possibilità di aggregare, di gestire stanze e reparti, di scegliere i lavoranti, almeno quelli nei posti chiave (scrivani e spesini), per affidare loro messaggi ed incarichi. Il capostanza gestisce i libretti deposito dei fondi di tutti i componenti la cella”. L’addetto alla registrazione degli ordini passa infatti tutte le mattine alla stessa ora. Un pennarello, un taccuino e una lista di prodotti. E’ possibile acquistare articoli da toilette, scatolame, quant’altro può servire tra le mura di una cella, acqua. Si, acqua, perché quella che sgorga dai rubinetti é letteralmente imbevibile.
Tutti i giorni entrano nel carcere circa 1.400 persone, 500 pacchi di viveri e biancheria ed i controlli sono affidati a qualche decina di agenti e tre poliziotti. Senza contare i guardiaspalle, i boss e quant’altri che spesso non vengono neanche perquisiti. In queste condizioni, é del tutto naturale supporre che nel carcere possa essere introdotto di tutto. Ancora secondo la Cgil, “L’amministrazione penitenziaria si adegua in nome della certezza che questi luoghi sono santuari inespugnabili, dove la magistratura non é riuscita ancora a mettere mano. Eppure gli appalti per i lavori di costruzione, manutenzione, rifornimenti dell’istituto sono tantissimi. Molte delle ditte, in gran parte indicate proprio dagli uffici centrali, sono colluse o gestite direttamente dalla camorra. (…) Un esempio per tutti é quello della ditta che fornisce vitto e sopravitto per i detenuti. (…) 2.700 pasti al giorno per complessivi 8 milioni 100 mila lire. Tutti sanno che le quantità di cibo pagate non sono quelle che arrivano nelle celle per essere comsumate. La stessa ditta vende ai detenuti il sopravvitto, cioé generi di primanecessità e non. (..Si realizza così..) un giro di affari plurimiliardario che la camorra non si fa certo sfuggire”.
Sono situazioni nelle quali tutto diventa possibile. Anche che, come sostengono gli inquirenti, Alfredo Stendardo, nella primavera del 90, si incontrasse a poca distanza dal carcere di cui all’epoca era vicedirettore, con due pregiudicati che gli consegnano due buste di cocaina da venti grammi l’una. Marisa La Penna de “Il Mattino”, nel fornire il resoconto degli avvenimenti, scrive che “Delle due buste di stupefacenti il vicedirettore ne avrebbe tenuta una per sé e l’altra l’avrebbe, invece, consegnata a tale Raffaele Ivone, uomo di punta della cosca degli Stolder e detenuto nel carcere diretto, appunto, da Stendardo”. Il nostro uomo sarebbe poi stato protagonista di altre imprese non proprio legali durante il periodo nel quale é stato il direttore del carcere di Secondigliano ma noi a questo punto possiamo tranquillamente lasciarlo al suo destino.

Com’é difficile guarire l’ospedale
La terza tappa del nostro itinerario ci porta ad approdare sul pianeta sanità laddove é custodita la miniera sicuramente più preziosa di esempi di continuità col passato. Al Cardarelli, che, non dimentichiamolo, é la più grande azienda ospedaliera del mezzogiorno, si é arrivati al punto, nel corso del marzo di quest’anno, che l’amministratore straordinario si é visto costretto a chiedere l’intervento dell’esercito per scongiurare il ripetersi di incendi sospetti ed atti di sabataggio. Ed anche sul piano della riorganizzazione interna le cose lasciano molto a desiderare se é vero che il previsto piano di riorganizzazione dei reparti non é mai stato compiutamente attivato. Basta guardare al fatto che continuano ad esistere ben sette reparti di medicina generale mentre non é stato realizzato neanche un reparto per malati terminali o al modo in cui é stato gestito il passaggio al regime di tempo pieno del personale medico, con una spesa aggiuntiva di undici miliardi che ad oggi non ha prodotto alcun significativo miglioramento della qualità del servizio. Ed ovviamente quello del Cardarelli non é che un caso isolato. Le pagine dei giornali sono occupate quotidianamente da storie tragiche o curiose, dall’incendio doloso al reparto malattie infettive del II Policlinico, allo sciopero della fame dei malati al Monaldi che giustamente non vogliono essere trasferiti in reparti sporchi e fatiscenti, ai gatti che il direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Napoli, Sergio Piro, ha dovuto utilizzare per arginare il proliferare dei topi nei corridoi e nelle stanze degli ammalati. Ma, a nostro giudizio, il caso per molti versi più rilevante é quello del Pascale, l’istituto nazionale dei tumori, in quanto caratteristico di quel modo gattopardesco di concepire il cambiamento che può essere un pericolo molto consistente per il futuro.
L’ordine di arresto per Renato Ponari e Carmine Esposito, rispettivamente presidente e consigliere di amministrazione dell’Istituto dei Tumori di Napoli, scatta negli ultimi giorni di giugno ’93. L’accusa é di aver addomesticato l’appalto relativo alla fornitura di attrezzature diagnostiche per l’Istituto. E’ un affare da 17 miliardi e Ponari ed Esposito sono accusati di aver intascato parte della somma destinata al costo delle opere previste per alloggiare le nuove apparecchiature. L’operazione Mani Pulite a Napoli é già nella sua fase di massimo vigore e sarebbe dunque del tutto logico aspettarsi che l’arresto dei due diventi l’occasione per introdurre profondi mutamenti nei metodi e negli uomini che governano il Pascale.
Invece, a sostituire Ponari, uomo di De Lorenzo e ultimo vero rampollo della stirpe liberale da sempre alla guida dell’Istituto, viene chiamato, in qualità di commissario, il dottor Giovanni Forte, farmacista, già presidente della USL 3 di Atripalda dal 1981 al 1985 e della USL 4 di Avellino dal 1985 al 1990, “manciniano di ferro” dal 1980. Tra le sue imprese più meritorie vanno ricordate la costruzione di un ambulatorio megagalattico a Solofra, la cittadina avellinese famosa per la lavorazione delle pelli, prima sottoutilizzato e poi abbandonato ad un progressivo degrado; la mancata realizzazione del piano ospedaliero per la città di Avellino; la costituzione di una società di catering per la fornitura dei pasti agli ospedali della USL 4, che pur avendo comportato una spesa non irrilevante per lo studio di fattibilità non ha poi mai visto la luce.
Il primo passo come commissario dell’Istituto Pascale Giovanni Forte decide di farlo proprio sul terreno minato che ha messo nei guai il suo predecessore, chiedendo ad uno studio napoletano di diritto amministrativo un parere sulla regolarità della gara d’appalto relativa all’acquisto delle attrezzature diagnostiche. Il responso viene interpretato da Forte come un invito a riconvocare la gara per presunte irregolarità. Egli chiede dunque al comitato tecnico scientifico la documentazione relativa alla richieste delle attrezzature e propone la costituzione di una commissione mista avente lo scopo di preselezionare le richieste, composta dall’ufficio preposto alla stesura dei contratti con le ditte, da un ingegnere esperto di attrezzature e dal commissario stesso. La risposta dei tecnici é durissima e mette in discussione gli stessi criteri con i quali dovrebbe essere costituita la nuova commissione. “La figura di esperto che viene proposta é assolutamente fantasiosa. E’ come immaginare un’unica figura in grado di dire la sua sia su apparecchi semplici che misurano azotemia e glicemia, sia su quelli ad alta tecnologia che producono radioisotopi per trattamenti metabolici”. Ma la polemica non si ferma qui. Viene infatti contestata anche un’altra affermazione degli amministrativisti interpellati da Forte, i quali avevano sostenuto che la scelta della commissione di gara di acquistare le apparecchiature contemplate nel lotto “B” con commesse che coinvolgevano più aziende aveva comportato, per l’amministrazione pubblica, un onere economico superiore a quello previsto dall’offerta “chiavi in mano” fatta dalla Siemens. Le scelte della commissione di gara vengono difese con un documento accompagnato da una circostanziata tabella che mette a confronto le due ipotesi, dal quale risulta che proprio l’articolazione della domanda verso più fornitori avrebbe consentito di far acquisire all’istituto apparecchiature di qualità superiore con un risparmio di 1 miliardo, 163 milioni 262 mila lire.
La gestione Forte é stata inoltre contraddistinta da un concorso per sei posti di Tecnici di radiologia medica che ha visto tra i suoi protagonisti un eé galoppino di Alfredo Vito smanioso di dirottare verso altre sponde il consistente pacchetto di voti liberato dai guai giudiziari del suo eé padrino. Come afferma Rossano Dello Iacovo, aiuto primario dell’Istituto, “nonostante il concorso fosse chiacchierato da molti mesi prima, si é voluto comunque procedere allo svolgimento della prova scritta, con il bel risultato di costringere i concorrenti a subire l’onta di vedersi sequestrare il compito dai carabinieri”. Come se non bastasse, ci si é messa pure la storia dei doppi incarichi. Il segretario generale del Pascale, Renato De Franchis, trovava infatti contemporaneamente il tempo per fare il coordinatore amministrativo della USL 40 coadiuvato da un altro stakanovista come l’addetto alla segreteria generale, Adolfo Pipino, che svolgeva contemporaneamente la funzione di consulente e direttore amministrativo della USL 40.

Atan: una corsia preferenziale per l’efficienza
Cambiamo ancora settore e continuiamo il nostro viaggio, stavolta é proprio il caso di dirlo, con l’ATAN, l’azienda di trasporto urbana. Il sindaco Bassolino, come primo passo decisivo per tentare da un lato di evitare il disastro e dall’altro di avviare la difficile ripresa, ha cancellato con un colpo di spugna il gruppo dirigente “storico” dell’azienda, notoriamente formato da uomini preziosi soprattutto per gli stipendi che hanno percepito nonostante il disavanzo di circa 100 miliardi con il quale, secondo i conti effettuati dal commissario straordinario Marino, si chiuso il bilancio ’93.
Con tale iniziativa, il Sindaco ha sicuramente riscosso ampi consensi, a partire da quello del Procuratore Generale della Corte dei Conti che, nella relazione già citata, ha affermato che “per la città di Napoli vi é stato il salutare intervento del Sindaco, onorevole Bassolino, il quale ha previsto l’allontanamento degli amministratori superpagati dell’ATAN, AMAN (l’azienda che gestisce l’acquedotto), e Centrale del latte, nonché il licenziamento dei burocrati d’oro”. Allo stesso tempo però, non poteva del resto essere altrimenti, essa ha contribuito all’ ulteriore accentuazione dello scontro in atto nell’azienda con gran dispiego di lettere anonime, documenti, dossier su scandali veri e presunti. Il caso più eclatante, rispetto al quale la magistratura ha ordinato diversi arresti, é quello del Fondo pensionamenti e decessi, alimentato dai contributi dei dipendenti e dal quale sarebbero spariti 8 miliardi. Nonostante gli sforzi dell’Amministrazione e dei nuovi dirigenti il “vecchio che resiste” sembra dunque non avere nessuna voglia di mollare.
Una conferma viene dai documenti e dalle prese di posizioni sindacali, della Filt-Cgil in primo luogo, che a più riprese denunciano ” le resistenze al cambiamento, la difesa di interessi economici non produttivi, la richiesta di garanzie corporative che si fondano su alleanze trasversali tra personaggi interni tanto all’azienda quanto allo stesso sindacato, appoggiati dal composito mondo di coloro che sono interessati al mantenimento del regime di inefficienza ed alla difesa di privilegi e prebende personali”. Una presa di posizione sicuramente coraggiosa, dato che i cambiamenti dovranno passare anche attraverso il superamento di molte vecchie conseutudini e la rottura di un rapporto di tipo consociativo particolarmente diffuso in alcuni settori del sindacato. Alcuni esempi serviranno come sempre a rendere più evidente il significato delle nostre affermazioni.
Basti pensare che circa 1/4 dei dipendenti risulta iscritto contemporaneamente anche a cinque sindacati, che ogni giorno ci sono 70-80 dipendenti in libertà sindacale e che le giornate impegnate per permessi nel solo 1993 sono state oltre 22mila. Ma l’ATAN non é soltanto terra di “anomalie” ma anche il posto nel quale spesso si assiste a veri e propri miracoli alla rovescia. Guardiamo ad esempio all’utilizzo dello straordinario. Nei soli ultimi 7 mesi del 1993 sono stati pagati 9 miliardi di strordinario, 5 miliardi e 300 milioni dei quali per il solo personale viaggiante. Il tutto mentre sono sempre più numerosi gli autobus che ogni mattina non riescono a lasciare i depositi perché non si é potuta svolgere, per mancanza di pezzi di ricambio, la normale attività di manutenzione, e mentre gli scaffali delle officine continuano a essere pieni zeppi di materiali inutili.
Cosa dire poi dello scandalo delle funicolari e delle centinaia di miliardi spesi senza che esse siano state definitivamente rese agibili. Per la sola Funicolare Centrale l’eé onorevole Alfredo Vito ha confessato di aver intascato, dalla società Ceretti e Tanfani, successivamente assorbita dalla Icla, tangenti per 800 milioni da lui poi ridistribuite per il 30% alla DC, il 30% al PSI ed il 40% ai componenti del consiglio di amministrazione dell’azienda. A subirne le conseguenze non potevano che essere la qualità dei lavori effettuati e quindi i cittadini. La strada da percorrere prima di riuscire a riorganizzare il servizio, a rinnovare il parco macchine, a rendere efficiente l’azienda é dunque ancora molto lunga.
Riccardo Mercurio, neo presidente ATAN, nella sua lettera ai dipendenti già ricordata, afferma tra l’altro che “la possibilità di riuscire dipende principalmente dalla volontà delle forze interne all’azienda di assumersi le proprie responsabilità e di svolgere con dignità e dedizione i propri compiti nell’ambito di una grande e complessa organizzazione. (…) Non accetteremo atteggiamenti poco professionali e di scarsa collaborazione o disaffezione verso l’Azienda. Vorrei ricordarvi che il nostro vero patrimonio é costituito dalla città e dei cittadini che rappresentano i nostri clienti, il cui giudizio positivo può consentire all’Azienda di cambiare e crescere, ma il cui giudizio negativo può seriamente mettere in discussione il ruolo dell’Azienda e quindi il vostro lavoro”. Idee e concetti, quelli appena riportati, senz’altro condivisibili, la cui concreta applicazione però é niente affatto scontata.

Il privilegio non é più in Comune
L’ultima tappa di questo viaggio, che avrebbe potuto soffermarsi su molte altre vicende, dalle discariche alla nettezza urbana, dalla metropolitana alla LTR, senza che per questo fossero introdotti ulteriori elementi di novità, é dedicata proprio al vecchio che resiste nella testa e nel cuore dei cittadini napoletani. Ed anche questa volta lo faremo partendo da un esempio.
Il 26 gennaio 1994 il Sindaco di Napoli subisce una durissima contestazione, che qualche organo di informazione definisce un episodio di vera e propria aggressione, da parte di un gruppo di eé dipendenti del Comune. Il motivo della protesta é la sospensione della “illegitima erogazione della rendita vitalizia ai dipendenti che hanno subito una diminuzione della propria capacità lavorativa per causa di servizio”. Ci troviamo dunque di fronte ad un’azione tendente al ripristino della legalità che viene duramente avversata dai diretti interessati. E’ un piccolo ma significativo esempio. Significativo anche per i suoi caratteri di assoluta normalità. Ma la logica é la stessa che sta alla base dell’eterno conflitto tra assegnatari ed occupanti delle case; della rivolta dei contrabbandieri al grido di “non vogliamo diventare camorristi”, “dateci un lavoro alternativo”; della sommossa dei familiari dei detenuti allorquando, in seguito all’uccisione di Pasquale Campanello, Sovrintendente della Polizia Penitenziaria, si cercherà di disciplinare il rapporto tra detenuti e parenti e di conseguenza di limitare i contatti dei boss verso l’esterno. La scelta di non partire da esempi, ragioni ed interessi di carattere straordinario risponde propria alla necessità di evitare il rischio di essere riportati lontano dall’approdo al quale intendiamo giungere con il nostro piccolo esempio e con il messaggio in esso contenuto di quotidiana resistenza al rispetto delle regole.
Il lungo dominio dell’illegalità ha prodotto anche questo. Richieste perfino esasperate di legalità ed efficienza quando si affrontano le questioni su un piano generale o le irregolarità commesse dagli altri che si trasformano immediatamente in comportamenti difensivi quando ad essere messi in discussione sono i propri privilegi. Sembra che la legalità, l’efficienza, la stessa civiltà della vita quotidiana dipendano esclusivamente dagli altri; sfugge il più delle volte il rapporto esistente tra le proprie aspirazioni ed i propri comportamenti.
E’ per questo che il processo di ricostruzione se da un lato non può non fondarsi sulla definizione di un nuovo codice etico, dall’altro deve necessariamente prevedere la costruzione di un sistema di regole in grado di tradurre i principi in concrete “utilitas” che rispondano alle esigenze dei cittadini. Detto in altri termini, il nuovo modello deve essere considerato conveniente non solo per la qualità delle idee da cui é animato ma anche per la sua capacità di rendere concreto il progetto di riorganizzazione funzionale della società.
Quando si parla di una città come Napoli, ma il discorso é ovviamente estendibile a larga parte del Mezzogiorno, non si può che partire dalla legalità. Legalità intesa come rispetto delle leggi e precondizione indispensabile per qualunque ipotesi di cambiamento, ma anche legalità come cultura, come educazione alla norma. Alfonso Beria Di Argentina, nel corso di una conferenza permanente promossa dal Ministero dell’Interno, ha affermato che “il possedere una cultura della legalità é un concetto molto più forte, molto più stringente rispetto al mero ottemperare alle leggi dello stato. Significa possedere un proprio codice interno, entro cui l’osservanza della norma venga vista come un fatto naturale che non ha bisogno di sanzioni, dove anzi assume un valore, ed offre occasione di intimo orgoglio, proprio il fatto di vivere in consonanza con le leggi”.
Molto probabilmente, molta acqua é destinata a passare sotto i ponti prima che una concezione della legalità con queste caratteristiche possa essere introiettata dai cittadini napoletani e meridionali, entrando stabilmente a far parte del loro codice genetico. Ma proprio per questo la scelta non può che essere quella di iniziare nel modo più rapido ed efficace possibile. Educare alla legalità deve perciò significare innanzitutto grande capacità di parlare ai bambini, ai ragazzi, ai giovani. Da qui il ruolo decisivo della scuola e la necessità che essa si caratterizzi soprattutto come centro di formazione permanente dei futuri cittadini.
Siamo ovviamente consapevoli che in una società che si avvia a diventare multimediale sarebbe sbagliato accollare all’istituzione scolastica eccessive responsabilità. Insigni sociologi amano ricordarci che ormai ai giorni nostri ferisce più il video che la penna ed anche a voler essere ottimisti si deve riconoscere che più le società sono complesse più numerosi ed articolati sono i soggetti che interagiscono e contribuiscono allo sviluppo delle coscienze. Tutto questo non ci fa però recedere dalla convinzione che alla scuola debba essere assegnata una funzione fondamentale nel processo di ricostruzione civile di Napoli e dell’intero Mezzogiorno.
Il 6 marzo 1991 la Commissione Parlamentare Antimafia, allora presieduta dal senatore Gerardo Chiaromonte, ha approvato la Relazione sulla delinquenza minorile nella quale tra l’altro si afferma che “ha un significato illuminante e profondamente preoccupante la circostanza che le aree urbane maggiormente colpite dal fenomeno criminale siano anche quelle più caratterizzate dalla cosiddetta mortalità scolastica come Catania, Napoli, Palermo, Reggio Calabria e Bari, e che in nessuna delle località visitate esista (…) la cosiddetta anagrafe scolastica prevista dalla legge 31 dicembre 1962 n. 1859. (…) A parere della commissione questa generalizzata disattenzione da parte degli enti pubblici al problema educativo é di una estrema gravità, perché é proprio la mancanza di una valida proposta scolastica e di un serio intervento pubblico, in un momento particolare della vita del ragazzo, a determinarne l’emarginazione e, spesso, il suo ingresso nel mondo della delinquenza”.
La scuola, dunque, come antidoto verso possibili fenomeni di devianza giovanile. I livelli record raggiunti da tale fenomeno nella provincia di Napoli, di cui abbiamo dato conto nel primo capitolo, che neppure dalla successiva approvazione della legge n. 176 del 27 maggio 1991, avente per oggetto la “Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989” sono stati messi in discussione, rappresentano la prova più eloquente di quanto ciò sia necessario.
Spostando la nostra attenzione verso l’universo delle piccole ma non per questo meno significative cose, possono essere individuate mille altre strade attraverso le quali la scuola può aiutare a trasformare dei ragazzi in futuri cittadini. Proviamo a pensare, ad esempio, agli effetti che potrebbero essere prodotti dalla scelta di considerare l’educazione civica, questa bistrattata e dimenticata Cenerentola della programmazione scolastica, una materia della stessa importanza di quelle comunemente considerate principali.
Una scuola che valutasse l’ educazione civica, tanto dal versante dell’apprendimento teorico quanto da quello dell’applicazione pratica, nelle stesse forme e con gli stessi criteri utilizzati per l’italiano o la matematica rappresenterebbe sicuramente un bel passo in avanti. Sia chiaro. Non si tratta di opporre il Bon-ton a Manzoni, a Giulio Cesare o al teorema di Pitagora, bensì di contribuire alla diffusione della consapevolezza che, com’é scritto in un libro scolastico destinato purtroppo a rimanere immacolato, “La casa comune europea” di Bianchi, Gentile e Sensale (Loffredo), “non vi sono diritti, cui non corrispondano dei doveri: nella famiglia, nella scuola, nella vita sociale. (…) Del resto, a guardar bene, assolvere i doveri significa garantire meglio i nostri diritti e le nostre libertà”.
Se é vero, e per quanto ci riguarda ne siamo convinti, che quando si parla di affermazione della legalità e di rispetto delle regole, il rapporto con le generazioni future é assolutamente decisivo, non si può però fare a meno di sviluppare alcune considerazioni più immediatamente legate alla fase attuale. Cercheremo perciò, coerentemente con le riflessioni poco prima sviluppate, di portare qualche argomento a sostegno della tesi che ritiene non solo possibile ma anche non lontano il tempo nel quale la forza delle cose porterà anche la “gens” di Napoli e della Campania a riconoscere l’ineluttabile utilità di una società governata dalle leggi e dalle regole.
Forse, vuol dire pure qualcosa il fatto che gli dei che hanno creduto di evitare la propria caduta presentandosi alle ultime elezioni con le liste “fai da te” sono rimasti ineserobilmente sconfitti.
Emile Durkheim, nel suo celeberrimo trattato sul suicidio, individuò e classificò tre tipi fondamentali di cause sociali che spingevano gli individui a togliersi la vita. Da lì nacquero le definizioni di suicidio egoistico, altruistico, anomico. Proprio a quest’ultimo egli finì con l’assegnare una particolare rilevanza nell’ambito della sua teoria. Le ragioni sono del tutto evidenti. Alla voce “anomia” lo Zingarelli dice infatti che si tratta di “insieme di situazioni derivanti da carenze di norme sociali”. E secondo il grande sociologo francese tali carenze erano alla base di un numero considerevole di suicidi.

Promemoria per il futuro
Nel corso della sua storia, Napoli é stata ripetutamente segnata da fasi nelle quali più vistosi sono stati quei fenomeni di anomia collettiva che hanno finito con il determinare crepe profonde nel suo tessuto sociale. Ma mai come negli ultimi anni essa é stata tanto vicina al punto di non ritorno. Sembrava veramente che non ci fosse più nulla da fare, che i colori scuri della “nuttata” fossero destinati a non lasciarci più. Invece a poco a poco qualcosa si é rimesso in moto. Forse, perché c’é un pizzico di verità nella vecchia massima che afferma che l’ora più buia é quella prima dell’alba. O anche perché, come sostiene Mimmo Liguoro nel suo libro “Voci dall’inferno” (Pagano, 1993) “(..A Napoli..) la sabbia non é mai riuscita a mangiarsi tutto. Rivoli di acqua pura -cultura, coraggio civile, fantasia vitale- sgorgano, si irradiano, si perdono. E qualche volta creano macchie di terreno umido, su cui può nascere un filo d’erba. Questa vitalità tante volte repressa o fraintesa e misconosciuta continua, altro mistero, a esistere come antimateria attiva”. E ciò che prima era soprattutto, se e quando era, rabbia e protesta individuale ha cominciato ad essere qualcosa di più e di diverso, ha sentito il bisogno di organizzarsi, di dare voce alla società civile.
E poi le forze sociali, gli stessi partiti dei quali, come canta De Gregori, “dire che sono tutti uguali, alla stessa maniera, é solo un modo per farci stare chiusi in casa quando viene la sera”, hanno provato a scommettere di nuovo sulla possibilità di cambiare. Tutto questo e tanto altro c’é dietro la primavera di Napoli. Ma non é ancora detto che finirà in gloria. E, soprattutto, per quanto possano fare il Sindaco e la sua Giunta, molto dipenderà dalla gente comune, da coloro che con la loro vita ed il loro lavoro, i loro bisogni ed i loro doveri, rappresentano, allo stesso tempo, larga parte dei problemi e delle risorse della città.
Sarà bene allora che ciascuno cerchi di non sprecare le proprie possibilità. Per quanto ci riguarda abbiamo segnato su un foglietto, a nostro esclusivo uso e consumo, tre piccoli consigli per la civiltà. Il primo e più importante prescrive di rispettare le regole. Lottare per cambiarle quando sembrano sbagliate o inadeguate ma mai ignorarle. Il secondo suggerisce di non affidare ad altri il proprio destino se non si vuole lasciargli in cambio la propria libertà. Il terzo, scopiazzato dal testo di educazione civica, ricorda che la condizione migliore per rivendicare i propri diritti é quella che deriva dalla consapevolezza di fare bene e fino in fondo il proprio dovere.

UN FEDERALISMO PER IL MERIDIONE

L’eroe dei due mondi
Quando Giuseppe Garibaldi arrivò a Napoli, dopo avere conquistato il Regno delle Due Sicilie, chiese a Carlo Cattaneo di raggiungerlo. Dopo tanta “azione” sentiva il bisogno di fermarsi a “pensare”, di essere consigliato sul che fare. Il federalista milanese accettò l’invito con entusiasmo, in quanto immaginava, o perlomeno questa doveva essere la sua speranza, che il condottiero nizzardo potesse indirizzare la sua linea e le sue scelte verso la creazione degli Stati Uniti d’Italia. Troppe differenze, a suo parere, esistevano tra il Nord e il Sud, tra i territori dello Stato Pontificio e quelli della Corona piemontese. Più che al modello francese, pensava Cattaneo, l’unificazione italiana doveva guardare all’esperienza nordamericana. Ma a Napoli, Carlo Cattaneo rimase solo un mese. Gli apparve infatti subito chiaro che sulle scelte di Garibaldi esercitava una decisiva influenza il filone di pensiero politico che aveva la massima espressione in Camillo Benso, il primo ministro piemontese. Ed il conte di Cavour era uno che, per cultura e per interessi, pensava invece proprio al modello francese. Non a caso realizzò l’unità d’Italia con operazioni che oggi si possono chiamare, senza mezzi termini, coloniali.
Lo dimostra il fatto che già negli anni immediatamente successivi al 1860 le popolazioni meridionali sentirono tutto il peso della distanza politica e culturale che le separava dal re del Piemonte. Avvertirono, o per meglio dire sperimentarono sulla propria pelle, la rottura traumatica della struttura sociale alla quale erano abituati. Molti presero le armi, in quella che Renzo Del Carria ( Proletari senza rivoluzione, Savelli, 1976) definirà “una guerra guerreggiata, che si protrasse nel suo nucleo centrale per almeno quattro anni, interessando mezza Italia, che si concluse con 7.000 morti in combattimento, oltre 2.000 fucilati (contando solo quelli delle statistiche ufficiali) e 20.000 prigionieri, condannati ai lavori forzati o confinati (…)”. Una vera e propria guerra di occupazione, dunque, attraverso la quale lo Stato centralistico si impose con la violenza alle popolazioni meridionali. Cattaneo, deluso, avrebbe in seguito definito Giuseppe Garibaldi “un filibustiere”. Ma in realtà, lo stesso “eroe dei due mondi” fu tradito nelle sue aspettative da coloro che ressero le sorti di quel nuovo Stato alla cui creazione egli pure aveva contribuito in maniera determinante.
Alle radici dell’unità d’Italia c’é stata dunque una scelta storica decisiva. L’istituzione dello Stato centralistico é stata infatti determinata dall’ importazione del modello francese, che dominava la mentalità dei piemontesi, i veri conquistatori del resto d’Italia. Non solo il progetto di Cattaneo non fu mai veramente preso in considerazione, ma lo strappo che si determinò nella cultura e nella storia del Sud in seguito all’imposizione del modello sabaudo segnerà profondamente i rapporti tra il Sud ed il resto del Paese. Dopo di allora, lo Stato centrale ha cercato legittimazione al Sud, spesso, sempre più spesso, attraverso decisioni che hanno reso il Mezzogiorno dipendente dalle scelte e dagli aiuti provenienti da Roma. Una tendenza, questa, che ha conosciuto la sua età dell’oro nel corso del secondo dopoguerra e che ha consentito al ceto che ha gestito la relazione tra Roma e Napoli, di realizzare un profitto politico (e spesso economico) di enormi dimensioni. L’opzione federalista, per il Sud, é stata totalmente dimenticata.
Ma oggi la situazione é mutata radicalmente. Una rivoluzione, anche se certamente ancora parziale, é passata sul sistema di potere che per decenni ha dominato Napoli. Le teste dei politici, degli imprenditori e, addirittura, di alcuni boss della camorra sono cadute. La magistratura ha portato la stoccata decisiva al cuore di un ceto di potere che vedeva già per altri versi minacciata e messa in discussione quella legittimità che per lunghi anni la popolazione gli aveva riconosciuto. Alla base delle incalzanti novità recentemente verificatesi a Napoli c’é infatti, come abbiamo visto, una crisi di rappresentanza, di legalità e di efficienza. La maggior parte della popolazione aveva legittimato il potere del vecchio ceto dominante, aveva chiuso un occhio sulle sue frequenti concessioni all’illegalità, note a tutti, anche e soprattutto perché il sistema, seppure in maniera distorta, in qualche modo funzionava. Dava lavoro, alimentava i consumi, ispirava speranze nei furbi senza scoraggiare completamente i leali. Ma una serie di fenomeni ha rotto l’equilibrio. In particolare va ancora una volta sottolineato come la fine dell’afflusso di capitali da Roma, negli anni Ottanta diventato un vero e proprio torrente in piena, ha messo in discussione il funzionamento del sistema, almeno per quanto riguardava la sua capacità di rispondere alle esigenze di tutti coloro che erano sussidio-dipendenti dallo Stato centrale. Questo fenomeno ha finito con il disinnescare il meccanismo di potere precedentemente stabilizzato ed allora l’illegalità sulla quale si basava il vecchio regime é divenuta via via sempre più inaccettabile. Di conseguenza, anche i politici hanno cominciato a non essere più considerati come i veri e legittimi rappresentanti del popolo. Le teste che poi la magistratura avrebbe metaforicamente mozzato, erano per così dire già predisposte alla caduta nel momento in cui avevano perso la loro legittimità. Il senso della fine di un’epoca, il bisogno di rifondare tutto é diventato tanto palese da spingere il procuratore capo di Napoli Agostino Cordova, venerdì 4 marzo 1994, a definire la città in cui lavora “la capitale della corruzione, un male che parte da qui e si irradia in tutto il resto della Nazione”. Parole esasperate, terribili. Forse esagerate. Sistemi che hanno bisogno per loro natura di forte capacità di interazione rendono estremamente difficile l’isolamento anche geografico di un “centro”. Probabilmente é più giusto immaginare che vicende come Tangentopoli abbiano più centri propulsivi ed organizzativi. Ma non per questo le parole di Cordova sono meno significative del clima da fine di un’epoca che si respira nel capoluogo campano.

Federalismo, non secessione
Torniamo dunque inesorabilmente al filo conduttore del ragionamento proposto in questo libro. Abbiamo detto che perché la rivoluzione, per ora parziale, si compia, non basta il ricambio delle persone che gestiscono il potere. Occorre un mutamento delle regole istituzionali che governano la convivenza. Ebbene, questo mutamento sta diventando possibile. Anche perché, nel frattempo, e per motivi in fondo analoghi, anche al Nord tutto é cambiato. La richiesta di cambiamenti istituzionali é diventata generale. Anzi, proprio il Nord ha considerato per primo un ritorno al pensiero federalista e lo ha fatto sulla base di una considerazione di convenienenza economica e di distanza culturale dal resto d’Italia.
Ma a questo punto si impone una riflessione su questo argomento anche da un punto di vista meridionale. Una riflessione che non sia determinata, né condizionata, da questioni ideologico-culturali. Visto da Sud, il problema non può essere quello di difendere l’idea dello Stato centrale come si é venuto strutturando dopo la conquista piemontese. La vera questione che é davanti ai meridionali é quella di valutare ed analizzare, anche per il Mezzogiorno, la convenienza economica e culturale di un passaggio istituzionale orientato all’introduzione di un sistema davvero federalistico.
Perché, é bene chiarire subito questo punto prima di andare avanti, il federalismo é cosa completamente diversa dalla secessione. Se é vero che la Lega Nord di Umberto Bossi ha giocato su questa ambiguità per lunghissimo tempo, questo non significa però che federalismo e seccesione siano effettivamente concetti vicini. Sono invece opposti. Non per nulla Cattaneo pensava agli Stati Uniti d’Italia, dove la parola “uniti” aveva un peso certamente pari al fatto che gli “stati” fossero espressi al plurale.
Del resto, Bossi ha giocato saggiamente, dal suo punto di vista, sull’ambiguità. La minaccia della secessione era coerente con la sua analisi politica. Che non é certamente priva di riscontri. Nel corso di una puntata di Milano Italia, la trasmissione di RaiTre, egli ha affermato per esempio che “La società italiana aveva la febbre alta. Poi é arrivata l’operazione Mani Pulite. Ed é stato come se le avessero schiacciato un foruncolo. Da allora la febbre é calata”. Detto in altri termini, il dominio del partitismo basato sull’alleanza, per certi aspetti illegale, tra il democristiano Giulio Andreotti e il socialista Bettino Craéi, era divenuto progressivamente intollerabile. Il sistema non reggeva più, né dal punto di vista economico né da quello politico. L’Italia era pronta alla “rivoluzione”, parola che Bossi usa molto più spesso degli esponenti dei partiti post-comunisti. E la secessione era la rivoluzione che la Lega Nord poteva e voleva minacciare. Il passaggio al federalismo, invece, non traumatico e non violento, poteva diventare un’opzione reale proprio nel momento in cui l’Italia fosse sfebbrata e dalle “minacce” di rivoluzione si potesse passare al concreto cambiamento fondato su un serio programma di riforme.
Ma perché il sistema di Andreotti e Craéi era considerato come una malattia tanto grave da far salire il termometro della società italiana oltre il tollerabile? A questa domanda, la risposta di Bossi non é stata sempre altrettanto lucida. Del resto, il fenomeno che spiega la febbre é sfuggito anche alla maggior parte degli altri partiti.
E’un fenomeno radicato in un fatto accaduto negli anni Ottanta e che ha mutato profondamente il tessuto sociale e politico degli italiani. Proprio alla metà di quel decennio, vedeva la luce una edizione riveduta e corretta del classico Saggio sulle classi sociali dell’economista Paolo Sylos Labini, con il nuovo titolo Le classi sociali negli anni ’80. L’immagine dell’Italia che ne emergeva era stupefacente: il Paese uscito dalla guerra con un 40 per cento della popolazione ancora occupato in agricoltura e poi trasformato dalla accelerata urbanizzazione resa necessaria dalla rivoluzione industriale non era più fatto prevalentemente da lavoratori dipendenti. Messe insieme, borghesia e classi medie urbane erano arrivate a contare, nel 1983, per il 49 per cento del totale della popolazione. Quello stesso ceto medio, nel 1971, non superava il 40 per cento. La borghesia vera e propria (imprenditori, dirigenti, grandi professionisti) era passata dal 2,6 al 3,3 per cento. Le classi medie urbane erano a loro volta cresciute in modo spettacolare: dal 37,9 per cento del 1971 al 45,7 del 1983. Di lì a poco questo nuovo ceto medio sarebbe diventato la maggioranza degli italiani.

La Malfa e la crisi dei partiti
I vecchi partiti non sembravano accorgersene. O, in ogni caso, non sembravano in grado di reagire. Proprio nel 1986, intervistato dall’Espresso, Giorgio La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano, affermava: “Secondo me a subire un vero e proprio trauma sono i partiti che formano l’asse tradizionale del sistema politico italiano, ovvero la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Il nuovo saggio di Paolo Sylos Labini dimostra senza ombra di dubbio che i ceti medi sono ormai maggioritari rispetto ai lavoratori agricoli e agli operai. Eppure il sistema politico italiano é ancora impostato secondo lo schema degli anni Cinquanta. Ora che il panorama é tutt’altro, siamo fermi là. La società civile se ne accorge, tant’é vero che i voti per i repubblicani sono aumentati. E nasce il localismo, la Lega”. Chiede l’Espresso: “E i socialisti, che da sempre ambiscono a rappresentare l’Italia moderna?”. Risponde il segretario repubblicano: “I socialisti rappresentano l’immagine della politica senza scrupoli, dell’inefficienza, dello statalismo, anche della corruzione. Non conquisteranno l’Italia moderna”. Correva l’anno 1986: quanta preveggenza nelle parole di La Malfa. I vecchi partiti in crisi, la Lega in ascesa, i socialisti senza legittimità, la spinta del ceto medio. Eppure, il sistema politico rimase bloccato. Sarà stato per il fatto che il Muro di Berlino era ancora in piedi. Sarà stato perché le finanze italiane apparivano floride e la Borsa andava a mille. Sta di fatto che per altri sei anni nulla (o quasi) cambiò, nel panorama partitico, e che il Paese si buscò una delle febbri più gravi della sua storia.
Il cosiddetto Caf (l’accordo di potere fondato sull’alleanza tra Craéi, Andreotti e Forlani) é stato dunque un sistema accettato fino a che ha funzionato. O meglio, fino a che il contesto economico e politico non ha incontrato una crisi che il Caf stesso non ha saputo affrontare. Che la si chiami recessione internazionale, legata alla Guerra del Golfo, che la si pensi come frutto della caduta del Muro di Berlino e della conseguente cessazione della Guerra Fredda, resta il fatto che con la trasformazione dell’assetto economico e politico che aveva consentito al Caf di “tirare a campare”, come diceva Giulio Andreotti, si sono determinate le condizioni perché il peso del vecchio sistema diventasse intollerabile. La recessione ha eliminato la possibilit_ di finanziare illimitatamente il sistema attraverso il debito pubblico, come dimostra Alessandro Wagner nel libro Due milioni di miliardi: l’incredibile ma vera storia del debito dello Stato (Mondadori, 1993). La fine della Guerra Fredda ha tolto di mezzo le forme di sostegno internazionali che garantivano la continuità della classe dirigente italiana perché considerata garante della necessità di tenere il Paese fuori dall’orbita sovietica, come afferma Gianni Cipriani nel coraggioso volume I mandanti già citato. La stessa opposizione di sinistra italiana si é probabilmente trovata per una certa fase disorientata da queste novità anche se é poi riuscita a limitare i danni consumando il suo strappo, lungamente annunciato, dalla tradizione comunista e approdando definitivamente sulle sponde del socialismo europeo.
La crisi di legittimità del sistema consociativo che si era costruito intorno al Caf é stata dunque prima di tutto una crisi di efficienza: nel nuovo contesto quel sistema non funzionava più. E la società italiana, nella quale il ceto medio aveva assunto una posizione via via più rilevante, ha reagito cercando nuove legittimità e nuovi rappresentanti. Lo dimostra il consenso che si é creato intorno all’opera della magistratura nel corso delle operazioni Mani Pulite condotte nelle diverse città italiane, del quale non c’era stata traccia quando in precedenza operazioni analoghe erano state tentate da magistrati altrettanto coraggiosi.
E lo dimostra la storia stessa della Lega Nord. Prima di appoggiarsi sul ceto medio, Bossi cercò legittimità nella cultura settentrionale, cercando di contrapporla a quella meridionale. Era la strada già percorsa, con esiti fallimentari, della Liga Veneta. Da quella parte anche la Lega Nord non sarebbe andata lontano. In fondo, il senso di tolleranza per le culture diverse faceva parte della modernità della gente del Nord, era stato interiorizzato nel corso di decenni di vita di un Paese nel quale vigeva un sistema che per quanto imperfetto era pur sempre democratico. E non bisogna dimenticare che l’immigrazione dal Sud, oltre a determinare concreti processi di integrazione, aveva contribuito in maniera significativa allo straordinario boom economico vissuto proprio dal Nord. L’intolleranza, certo presente, non era assolutamente maggioritaria. Ma ben presto Bossi trovò la sua strada per la conquista della maggioranza relativa al Nord, cambiando rotta e cercando nuovo slancio nella protesta fiscale. E allora sì che il suo “messaggio” fece breccia. Perché se il razzismo non era maggioritario in Lombardia, il ceto medio della regione avvertiva sempre di più il peso dello scambio ineguale che era costretto a subire: tasse sempre più elevate in cambio di servizi pubblici sempre meno paragonabili a quelli che vedeva garantiti dagli Stati del Nord Europa.

Il Centro Sud non crede a Bossi
Fu proprio la scelta decisamente settentrionalistica della Lega Nord che determinò, allo stesso tempo, il suo rapido radicamento in alcune regioni, ovviamente del Nord, e la sua sostanziale incapacità di superare i vincoli localistici. Anche quando cominciò a parlare di federalismo, non convinse gli elettori centro-meridionali. La sua impostazione risentiva troppo delle origini. Tutte le sue parole venivano lette con il pregiudizio, probabilmente fondato, che essa fosse una forza politica interessata a rappresentare esclusivamente gli interessi del Nord.
In realtà, il concetto di federalismo non appartiene esclusivamente al Nord. E del resto non si può immaginare alcuna sua concreta applicazione senza il consenso di tutti, compresi gli abitanti dei territori meridionali. Non solo. E’ del tutto ragionevole immaginare un federalismo visto da Sud. Del resto, molti leader nazionali non nascondono di pensarci. Achille Occhetto, segretario del Partito Democratico della Sinistra, nel corso di una puntata di Il rosso e il nero, di RaiTre, si mostrò molto interessato al concetto di federalismo. Al punto da lanciare a Bossi il seguente invito: “Se vogliamo ragionare seriamente di federalismo, incontriamoci a parlarne”. Non lo fecero. Ma all’ipotetico tavolo di quella discussione sarebbero forse potute emergere alcune idee di valore nazionale. Lo dimostra, per esempio, uno studio dell’Istituto per la ricerca sociale (Irs), di Milano, una società di economisti certamente orientata in senso progressista.
Che cosa hanno trovato i ricercatori dell’Irs? In generale hanno scoperto che l’insoddisfazione per il sistema fiscale centralistico ha ragione di essere non soltanto al Nord. Anche se, é vero, sono proprio al Nord le regioni che, dal punto di vista contabile, ci rimettono. Secondo l’Irs, ogni cittadino della Lombardia, neonati compresi, fatta la differenza tra i 12 milioni e 700 mila lire versati per le imposte e i 7 milioni e 770 mila lire ricevuti dallo Stato sotto forma di servizi pubblici, ci perde quasi 5 milioni. Le regioni che pagano più di quanto ricevano, oltre alla patria di Bossi, sono l’Emilia Romagna (2.475.650 lire di differenza media), il Piemonte (2.264.390), il Veneto (2.107.260), la Toscana (1.281.190), le Marche (488.180) e il Friuli Venezia Giulia (32.860). Tutte le altre regioni ricevono più di quanto diano allo Stato centrale. Il record spetta alla Basilicata i cui cittadini nel rapporto con Roma guadagnano in media 4 milioni e 105 mila lire, ma tutte le regioni meridionali sono più o meno in queste condizioni. Le loro medie sono infatti comprese tra quella della Lucania e quella dell’Abruzzo, i cui abitanti ottengono dallo Stato centrale quasi un milione e mezzo in più di quanto paghino. In totale, sono 50 mila i miliardi che escono da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Marche, per andare alle regioni centro-meridionali. Fin qui le ragioni dei nordisti arrabbiati.
Ma l’Irs, per apparente paradosso, conforta anche i meridionalisti: innanzitutto avvertendo che altri 20 mila miliardi partono dalle stesse regioni del Nord per andare nel Lazio e in zone ben poco mediterranee come la Val d’Aosta e il Trentino Alto Adige. La Val d’Aosta, in particolare, é sorprendentemente al secondo posto, la regione più favorita dopo la Basilicata, con un avanzo medio per abitante superiore ai 3 milioni e mezzo di lire.
“Inoltre c’é da considerare la qualità della spesa” precisa Pia Saraceno, economista dell’Irs. “Lo Stato spende di più al Nord che al Sud per la sanità, le pensioni, i servizi comunali. Mentre il Mezzogiorno incassa in misura maggiore solo per quanto riguarda il mantenimento dei dipendenti pubblici”. Morale della favola: “dove é finora prevalso il sistema del voto di scambio, la qualità dei servizi é andata in secondo piano rispetto alla gestione delle fedeltà politiche e dell’assegnazione dei posti di lavoro garantiti”. I dati sono confermati dal ministero del Tesoro: la spesa pro capite per il personale statale supera il milione e mezzo al Sud e si ferma a un milione e 100 mila nel Nord-ovest e nel Veneto. Nello stesso tempo, la spesa sanitaria pro capite ammonta a un milione e 600 mila lire al Nord e a un milione e 400 mila al Sud, con punte vicine ai due milioni in Emilia Romagna e vicine al milione in Calabria. Insomma, a Bologna e Milano lo Stato offre più servizi, a Napoli e Reggio Calabria garantisce soprattutto stipendi. “Se questa politica non ha ridotto le distanze tra Nord e Sud finora” conclude Pia Saraceno “vuol dire che é una politica sbagliata”.

Alla Campania il primato della spesa pubblica
È vero. Lo Svimez, l’Istituto per lo sviluppo del Mezzogiorno, conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che le condizioni di relativa arretratezza del Sud rispetto al Nord non si sono ancora attenuate dopo decenni di interventi che avrebbero invece dovuto garantire il sostegno allo sviluppo da parte dello Stato centrale. Il centro di ricerche osserva che solo sei regioni producono più di quanto consumino e precisamente il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana ed il Lazio. Il primato della spesa pubblica va alla Campania con l’8,4 per cento di assorbimento delle risorse dello Stato, contro un contributo al Prodotto interno lordo del 6,7 per cento. La Lombardia invece, con il 15,5 per cento della popolazione nazionale, produce il 20,4 per cento del Pil e assorbe il 16,3 per cento dei fondi pubblici. E i redditi medi delle famiglie danno in sintesi l’idea della distanza che ancora separa il Paese: una famiglia del Centro-Nord guadagna 3 milioni 382 mila lire, contro i 2 milioni e 612 mila della famiglia media meridionale. Senza contare che il peso economico complessivo del Nord resta clamorosamente superiore: i tre quarti delle esportazioni italiane sono prodotte nel Settentrione, contro un 10 per cento scarso che proviene dal Sud. Segno evidente del fatto che i prodotti competitivi, quelli che, o per prezzo o per qualità riescono a battere la concorrenza internazionale, sono fabbricati prevalentemente al Nord. Il Sud vive di attività che si confrontano ben poco con l’estero, e che dunque o non sono fatte abbastanza bene o non hanno un prezzo abbastanza conveniente. L’industria meridionale, quella che é stata generata da decenni di politiche orientate al suo sostegno ma pensate a Roma, fatte le debite eccezioni, non si dimostra in grado di vivere senza aiuti esterni, non si sa autoalimentare. Non genera quindi sviluppo.
Insomma, il centralismo non si é rivelato poi tanto efficace per risollevare le sorti del Meridione d’Italia. Perché mai il Sud dovrebbe difenderlo?
Non c’é nessuna ragione particolarmente valida, a meno che il Meridione non voglia prestarsi al gioco chi lo accusa di volersi far mantenere dal Nord. Introdurre elementi di forte cambiamento, nella situazione attuale, può dimostrarsi convieniente per tutti. Allo stato, se il Nord ci rimette sul fronte delle tasse il Sud non ci guadagna su quello dei servizi. Una delle ragioni principiali sta nel fatto che una parte significativa dei soldi si perde in mille rivoli, senza un controllo sulla qualità della spesa. Un esempio? In tre anni, dal 1989 al 1992, gli straordinari del personale sanitario siciliano sono aumentati del 419 per cento e le indennità notturne addirittura del 2.991 per cento. Ma non é per questo detto che l’assistenza ai malati sia migliorata in proporzione. Ancora: a Napoli, il primo grande comune d’Italia dichiarato tecnicamente fallito, il patrimonio immobiliare municipale é fuori controllo e più di un terzo degli inquilini che abitano in case costruite con i soldi del terremoto non hanno mai pagato una lira d’affitto. Del resto, se c’é qualcosa di cui il Sud non ha avvertito la mancanza sono stati gli scandali finiti sulle prime pagine dei giornali, con in pole position i famigerati 50 mila miliardi stanziati a favore delle aree terremotate del Meridione. Una somma sufficiente a comprare 250 mila appartamenti, capaci di ospitare un milione di cittadini, come dire tutta Napoli. Migliaia di miliardi che invece, secondo la ricerca pubblicata dall’Eurispes più volte citata, si sono spesso riversati su imprese fantasma, che non hanno creato vera occupazione e certamente non hanno innescato un meccanismo di sviluppo capace di sostenersi sulle sue gambe. Senza dimenticare che spesso quelle imprese fantasma erano propaggini di aziende che venivano dal Nord e che al Nord riportavano i profitti.
E allora? Che cosa possono sperare di ottenere da Roma le popolazioni meridionali? Non ci pare si possa rispondere che il Sud non vuole il federalismo per lealtà allo Stato centralistico. L’ideologica adesione alle istituzioni dell’Italia unita non sta certo di casa al Sud. Lo segnalano le ricerche molto approfondite e particolarmente originali che sono state realizzate dal politologo americano Robert Putnam, autore del libro La tradizione civica nelle regioni italiane. Scrive Putnam che “Il grado di apprezzamento degli elettori nei riguardi delle rispettive amministrazioni nazionali, regionali e comunali dimostra chiaramente che, secondo la maggior parte degli italiani, nella gerarchia amministrativa italiana l’efficacia é tanto maggiore quanto più ci si allontana dal governo nazionale e ci si avvicina al governo locale. Nel Nord per gli elettori vi é una forte differenza tra il governo centrale da un lato, nei confronti del quale la maggioranza ha profondi motivi di insoddisfazione e il governo regionale e comunale dall’altro, del quale sono invece relativamente soddisfatti. Per contro, chi abita al Sud accomuna nelle critiche all’amministrazione centrale anche i comuni e le regioni. I sentimenti rispecchiati in questi dati furono precisamente il retroscena cruciale per lo sviluppo della Lega Nord negli anni Novanta”. Altro che lealtà all’Italia unita: l’idea federalista é stata favorita al Nord dalla legittimità della dimensione locale del politico, mentre al Sud incontra ostacoli che niente hanno a che vedere con il senso di fedeltà all’unità d’Italia e che sono a loro volta praticamente insormontabili senza profondi cambiamenti istituzionali. Se la gente del Mezzogiorno non si é abituata a credere che le sue condizioni migliorerebbero molto riducendo il potere della politica romana, é semplicemente perché ritiene che anche la politica napoletana, palermitana o reggina non sia particolarmente soddisfacente.
E dunque, se non é la lealtà allo Stato unitario, le perplessità che la popolazione meridionale sembra opporre all’idea federalistica sono di altra natura: sono di convenienza, come é giusto che sia. Per decenni, lo Stato centrale é stato il motore dello sviluppo. Uno sviluppo drogato, disordinato, mai capace di alimentarsi autonomamente, sempre bisognoso di ulteriori afflussi di capitali dall’esterno. Ma pur sempre sviluppo. E dunque, non é facilmente sradicabile l’idea che sia indispensabile difendere lo Stato centrale per mantenere intatte le speranze di continuità con quel modello di sviluppo.

Le cifre di un fallimento
Ma sarebbe un errore fatale. Il Paese, in realtà, é giunto a un punto nel quale continuare a guardare al passato, tentare di difendere il passato, non può che dimostrarsi controproducente. Dal punto di vista organizzativo, si può affermare senza tema di smentita che il vecchio sistema centralistico é fallito. Lo Stato ha accumulato un debito che supera il milione e 800 mila miliardi. Se si aggiungono le pensioni che é già sicuro di dover pagare in futuro, il settore pubblico é debitore per quasi 4 milioni di miliardi. Un peso che impedisce ogni libertà di manovra. Già oggi le entrate fiscali superano le uscite per il mantenimento dei servizi pubblici, ma bastano gli interessi che lo Stato deve pagare per finanziare i suoi debiti a generare un deficit da 140-150 mila miliardi. Una relazione del ministro del Tesoro, Piero Barucci, é a questo proposito molto esplicativa: nel 1990 su 100 lire entrate nelle casse pubbliche se ne sono spese 130, di cui 29 per pagare gli interessi sul debito; nel 1993 se sono uscite 129, ma ben 42,8 per gli interessi.
Una spirale suicida. Continuando così lo Stato in poco tempo dovrebbe destinare tutte le sue risorse al pagamento degli interessi e non avrebbe più una lira da spendere in ospedali, pensioni e scuole. Tanto meno potrebbe aumentare i finanziamenti ai consumi delle popolazioni che abitano nei territori meno sviluppati del Paese. Eppure, il debito pubblico per anni é cresciuto più del prodotto interno lordo. Nel 1990 lo ha superato e nel 1993 lo staccato quasi del 20 per cento. “Storicamente” avverte Giorgio Radaelli, economista della banca d’affari anglosassone Lehman Brothers, “quando il rapporto tra debito e Pil supera il 130 per cento lo Stato fa bancarotta”. E a quel punto, non c’é più niente da sperare, né in termini di finanziamenti allo sviluppo, né in termini di semplice continuità con il passato. Sta di fatto che il rapporto tra debito e Pil arriverà al 123 per cento nel 1994, secondo le proiezioni dell’Irs, e cesserà di aumentare solo nel 1996, a patto che le spese dello Stato non aumentino sconsideratamente, o che le tasse raccolte non diminuiscano improvvisamente. Si possono aumentare le tasse per poter aumentare anche le spese? No. La pressione fiscale é già molto elevata e aumentarla ancora significa diminuire la crescita complessiva dell’economia. Sarebbe una toppa peggiore del buco. E’ invece il momento della riduzione delle spese. O almeno della fine del loro aumento. Chi può sensatamente pensare, in queste condizioni, di poter costruire uno sviluppo sulla base di finanziamenti pubblici concepiti alla maniera sperimentata in passato? Nessuna forza politica oggi in campo lo sostiene. Non il Partito democratico della sinistra, non il Patto per l’Italia o il Partito popolare italiano, non Forza Italia o la Lega Nord. Anche se qualche differenza, non di poco conto, é testimoniata dai loro programmi.
Spiega Filippo Cavazzuti, economista del Pds e vicepresidente della Commissione Bilancio del Senato nella passata legislatura: “Siamo vincolati, in primo luogo, al mercato unico europeo. In queste condizioni, qualunque regime fiscale troppo pesante fa scappare i capitali in un altro Paese”. Date queste limitazioni, per il Pds nel breve periodo si deve puntare sulla riduzione ulteriore dei tassi di interesse ed evitare assolutamente qualunque aumento delle imposte patrimoniali. E nel medio termine? “Si può riordinare l’imposizione fiscale sul risparmio in modo da favorire il capitale di rischio. Abbassando le tasse sugli utili delle imprese che sono tartassati: tra Irpeg e Ilor arrivano a pagare oltre il 60 per cento. Niente cambierà invece per i Bot”. Con gradualità, si favoriranno poi i fondi pensione, dando a loro la gestione del trattamento di fine rapporto (Tfr) per dare ai lavoratori una pensione integrativa. Il rilancio dell’economia passerà dalla fiscalizzazione mirata degli oneri sociali che dovrebbe sostenere gli investimenti delle imprese e, come sottolinea Massimo Di Marco, responsabile dei problemi economici del Pds lombardo, dal finanziamento di opere pubbliche, del riordino ecologico, delle iniziative tese a rispondere alle esigenze degli anziani e degli handicappati. Il tutto con una decisa attenzione alle problematiche territoriali e locali. “La pressione fiscale non cambierà. Potremmo ridurre il numero e l’incidenza delle aliquote Irpef marginali e aumentare l’Iva. Ma sempre in accordo con la Comunità europea. E certamente le spese non aumenteranno in maniera da accrescere i problemi del bilancio pubblico” aggiunge Cavazzuti. “In ogni caso occorrerà rivedere le attribuzioni delle competenze tra Stato centrale ed enti locali”. Il Pds prevede infatti alcune forme di decentramento già per l’immediato. Ma va segnalata anche l’esistenza di un profondo dibattito nell’ambito della sinistra sulla questione federalista. Che può generare alcune sorprendenti conseguenze. Sulle quali si ritornerà in seguito.
Anche Augusto Fantozzi, tributarista e autore del programma fiscale del Patto di Mario Segni prevede una sostanziale continuità nella finanza pubblica. “Anzi, si può ridurre anche l’Ici e inserirla in un più chiaro sistema di imposte locali che riguardi anche una parte dei redditi”. La revisione dell’imposizione delle rendite finanziarie può spingersi tutt’al più a un’omogeneizzazione del trattamento dei depositi bancari (che oggi pagano il 30 per cento) e dei Bot (attualmente al 12,5 per cento). “Ma si resterà nel sistema delle cedolari secche, al quale si potrebbero portare anche i dividendi azionari”. Certo, ammette Fantozzi, “non si potranno abbassare le tasse miracolosamente. La pressione fiscale diminuirà gradualmente se ci sarà una ripresa della crescita del Pil”. Anche attraverso un aumento della spesa pubblica? “Sì, facendo economie per evitare gli sprechi e orientandola alle grandi opere pubbliche”. Quanto alla questione del decentramento e del centralismo, il Patto prevede il sostanziale mantenimento della situazione attuale per quanto riguarda le attribuzioni delle regioni e dello Stato centrale, con tutt’al più una leggera forma di decentramento.
Gli altri programmi, per il breve termine, non si discostano troppo da questi. Una priorità, per la destra, é la garanzia di continuità di trattamento per i risparmiatori. “Gli accordi vanno rispettati” spiega Antonio Martino, economista di Forza Italia. “I risparmiatori che hanno avuto fiducia nello Stato non devono essere derubati. Anche perché facendolo i tassi salirebbero a livelli da usura”. Tuttavia occorre invertire la rotta: spesa pubblica e tasse devono cominciare a crescere meno del Pil. “Proponiamo di affiancare all’obbligo di copertura delle leggi di spesa, sancito dall’articolo 81 della Costituzione, un tetto alla fiscalità garantito anch’esso dalla Costituzione”. Questo incoraggerebbe il risparmio e l’investimento privato, riducendo lo spiazzamento delle risorse a favore del pubblico. Aumenterebbe così lo spazio di manovra per le imprese e crescerebbe anche il reddito disponibile per le famiglie. Il che contribuirebbe alla discesa dei tassi perché sarebbe sostenuta la domanda di risparmio e di titoli di Stato. Le tasse sul risparmio non verrebbero modificate. “Io mi occupo di fisco soprattutto per legittima difesa” dice Martino: “occorre semplificare il 740, ridurre il numero dei tributi, ridurre la progressività eliminando le aliquote più elevate e cessare di punire tanto i redditi più bassi: in Italia le aliquote partono dal 27 per cento e arrivano oltre il 50; in America le massime sono sul 28-33 per cento”. Gradualmente, inoltre, si passerebbe a una privatizzazione di molti servizi di assistenza sociale: fatti salvi i diritti acquisiti, nel lungo termine secondo l’economista di Forza Italia le pensioni e la sanità sarebbero garantiti solo ai bisognosi, mentre per gli altri si privilegerebbero assicurazioni private e fondi pensione, ai quali i risparmiatori sarebbero indirizzati anche fiscalmente. Tutto questo, unito alle previste agevolazioni per le imprese che assumono, specialmente nel Mezzogiorno, dovrebbe servire a rivitalizzare l’economia tanto da aumentare le entrate fiscali complessive e quindi risanare i conti pubblici. “Ma attenzione: ci vorr_ tempo per disfare tutto quanto é stato fatto in passato”. Questi concetti decisamente liberali, secondo Martino, trovano oggi un grande consenso: “Se il Partito liberale se ne fosse stato fatto portatore negli anni Ottanta, la Lega non avrebbe trovato lo spazio politico di crescita che ha trovato”.

Liberismo e federalismo fiscale
In effetti, il liberismo di Martino non si discosta molto dall’esplicito federalismo fiscale di Giancarlo Pagliarini, economista della Lega Nord. Nel breve, il sentiero stretto già imboccato dai governi di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi resta l’unico percorribile: “La situazione attuale é tanto tragica che non si può toccare troppo”. Le riforme più immediate sono quelle che servono a uniformare l’Italia al contesto europeo: al primo posto la riduzione delle imposte sulle società che oggi superano il 52,2 per cento mentre nel resto del continente sono comprese tra il 30 e il 40 per cento. Per quanto si riferisce ai risparmiatori, Pagliarini propone di bloccare l’aumento delle tasse sulle case (“un settore produttivo che non va bloccato dal fisco”), anche se l’Ici non potrà essere ulteriormente ridotta. Gli investimenti azionari saranno favoriti soprattutto dalla crescita del mercato borsistico: “Vogliamo una borsa telematica dove siano quotate almeno 5 mila aziende. Vogliamo che si quotino i produttori di calze del bresciano come gli albergatori di Siracusa”. Nel medio termine, inoltre, la strada della Lega sarà soprattutto quella di passare al federalismo fiscale: “Deve passare il principio che i soldi incassati in un territorio sono di propriet_ di quel territorio. L’ente locale li trasferirà allo Stato, per coprirne le necessità. Che nel tempo caleranno, localizzando la fornitura dei servizi, dalla sanità all’istruzione”. Ai fondi pensione, che non utilizzeranno solo il Tfr ma sempre più gli stessi contributi pensionistici, il compito di sostenere e far crescere il mercato sia della borsa che delle grandi opere pubbliche.
Nessuna forza politica, dunque, pensa ad aumentare le spese dello Stato. Il Patto di Segni é più possibilista. Il Pds più programmatico. La destra più drasticamente orientata a tagliare. Ma fatte le debite distinzioni, da questo punto di vista il discorso cambia poco. E si può tranquillamente prevedere che in effetti i teorici dell’aumento della spesa pubblica non torneranno di moda per lungo tempo.
Le variazioni più importanti tra i programmi si trovano sul piano istituzionale, poiché le maggiori forze politiche sembrano caratterizzarsi più che sulla visione di breve termine, sulla concezione del ruolo e dell’organizzazione dello Stato. In particolare, si distinguono proposte federalistiche, argomentazioni più orientate al decentramento e opinioni che si mantengono su posizioni centralistiche. Queste indicazioni non corrispondono precisamente alle collocazioni di destra, sinistra e centro. Innanzitutto perché a destra si va dal federalismo settentrionalista della Lega al nazionalismo protestatario dei seguaci di Gianfranco Fini, mentre nel Patto per l’Italia convivono il centralismo di un Augusto Fantozzi e il federalismo fiscale di un Giulio Tremonti. Infine a sinistra, il programma di decentramento del Pds, come l’attenzione al localismo della Rete che é molto radicata in Sicilia, sembrano relativamente dimenticati da Rifondazione Comunista. Insomma, non é nell’analisi delle posizioni dei partiti espresse nel corso dell’ultima campagna elettorale nazionale che si trova la soluzione al problema posto, e cioé come debba il Meridione porsi nei confronti dell’idea federalista.
Per rispondere é invece prioritario condurre un’analisi generale degli interessi economici, politici e culturali del Meridione, per confrontare poi le conseguenze che su questi piani potrebbero venire dalle soluzioni centralistiche, decentralistiche e federaliste. Tenendo ovviamente presente che nessuna condizione istituzionale può risolvere tutto ma può solo contribuire alla soluzione. L’obiettivo di una ricerca sulle innovazioni istituzionali, la cui efficacia dipenderà comunque dal modo in cui le popolazioni le sapranno e vorranno interpretare e ad esse vorranno partecipare, é quello di comprendere come ricostruire un sistema legittimo nel Meridione, dunque un sistema in grado di dare una risposta sintetica al bisogno di rappresentanza, legalità ed efficienza.
Come abbiamo visto, se il Meridione contribuisce solo al 10 per cento delle esportazioni italiane, questo vuol dire che non ha una quantità sufficiente di aziende capaci di vendere i loro prodotti sui mercati concorrenziali internazionali. Infatti, la maggior parte delle imprese che operano nel Meridione si occupano di settori protetti dalla competizione e alimentati come fiori di serra dalla spesa pubblica. E’ facile dunque prevedere che queste imprese, nelle attuali condizioni, non hanno un grande futuro.
Ma c’é di peggio. Se il Meridione ha percentuali di disoccupazione doppie o triple rispetto a quelle del Nord, questo vuol dire che non ha abbastanza aziende neppure per coprire i propri bisogni. La soluzione a questo genere di problemi é una sola, almeno secondo gli economisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il mega centro di ricerche dei Paesi più sviluppati che ha sede a Parigi: la creazione di nuove imprese. Una soluzione che si ottiene attraverso politiche non finanziate con il debito degli Stati centrali, perché é stato dimostrato che queste tendono a creare situazioni tanto inefficienti da alimentare invece che ridurre la disoccupazione. Le politiche che hanno dimostrato di funzionare in tutto il mondo sono quelle che sono nate e sono state portate avanti da organismi territoriali, più vicini alle esigenze della popolazione, più in grado di comprendere quali risorse locali possono essere efficacemente sfruttate per generare iniziativa imprenditoriale in grado di autoalimentarsi. Le soluzioni proposte sono molte. Si va dai parchi scientifici e tecnologici, agli incubatori per nuove imprese, agli organismi misti, pubblico-privati, in grado di coordinare gli sforzi per l’indirizzo dei programmi di formazione e di informazione in funzione del lancio di nuove aziende. In tutti i casi, si tratta di enti centrati sulle realtà locali.
Lo sviluppo delle aree meno avanzate non si può infatti lasciare alle libere forze del capitalismo. Il capitalismo, infatti, come spiegava lo storico francese Fernand Braudel, é il sistema nel quale prevale la legge del più forte, di chi ha enormi risorse e alleanze politiche. Non é innovazione ma monopolio, non é concorrenza ma sfruttamento di posizioni dominanti.
Ma lo sviluppo non passa, ormai é ampiamente dimostrato, neppure dalla spesa pubblica decisa centralisticamente, che in fondo non é altro che capitalismo di Stato. La maggior parte della spesa pubblica nel Meridione si é infatti indirizzata al mantenimento di dipendenti statali, non ha creato infrastrutture utili allo sviluppo locale, non ha neppure fornito servizi pubblici di livello accettabile. Anche puntando nell’immediato su un nuovo programma di opere pubbliche, non si può non considerare la necessità che i capitali vengano spesi in modo più efficiente di quanto non sia stato fatto in passato.

Il federalismo? Proviamo a guardarlo da Sud
E’a questo punto che entra in campo il federalismo visto da Sud. La spesa dello Stato centrale é strutturalmente inefficiente. Non basta cambiare il governo per renderla efficace. Lo dimostra il fatto che non é stato soltanto il malgoverno romano del dopoguerra a fallire. Anche a livello internazionale, secondo l’Ocse, i piani di sviluppo che hanno funzionato sono quelli che sono stati decisi e gestiti da organismi più territorialmente avvertiti. In Italia, tutt’al più, c’é stata una parossistica inefficienza dello Stato centrale che ha sempre gestito in maniera clientelare le risorse che raccoglieva e che redistribuiva con il sistema dei trasferimenti alla periferia. “Un meccanismo che ha sempre premiato gli sprechi rispetto al buongoverno” dichiara Victor Uckmar, uno dei più noti fiscalisti italiani. L’unica soluzione é nella responsabilizzazione degli enti locali. Una responsabilizzazione molto più accentuata di quanto non sia prevedibile da qualunque forma di decentramento.
Non si tratta infatti di trasferire più soldi dal centro alla periferia. Si tratta di costruire meccanismi istituzionali che servano a controllare l’utilizzo dei capitali, che servano a valutarne costantemente l’efficace impiego. Il principio é presto enunciato: “Bisogna avvicinare l’amministrato e l’amministratore” dice Uckmar. Non in modo generico, però. Attraverso meccanismi inderogabili. Quelli del federalismo, appunto. Li precisa Pia Saraceno, dell’Irs: “Invece di raccogliere le tasse centralmente e poi trasferire i soldi alle Regioni, si vuole raccogliere e spendere localmente, salvo trasferire una quota al centro e alle aree di cui si vuole sostenere lo sviluppo”. Secondo l’Irs, per svolgere le sue funzioni, allo Stato centrale basterebbero 100 mila miliardi, mentre agli enti locali si potrebbe affidare una disponibilità di 400 mila miliardi. Senza aggravi complessivi per i contribuenti.
Sia chiaro. Quello che qui si propone non é un ritorno al passato, a prima della riforma tributaria del 1971-73, quando gli enti locali avevano ampia libertà d’azione in campo fiscale. “A quel tempo” ricorda Uckmar “s’erano verificati autentici abusi da parte del potere comunale sui singoli contribuenti”. E neppure di favorire un decentramento assurdo del tipo di quello goduto dalla Regione Sicilia, giunta anche nel marzo del 1994 agli onori delle prime pagine dei quotidiani nazionali per una decisione straordinaria: la concessione di un aumento di stipendio di 200 mila lire ai suoi 20 mila dipendenti, proprio mentre gli stessi sindacati nazionali non chiedevano per il pubblico impiego aumenti superiori alle 14 mila lire, in ottemperanza alla necessità di contenere i buchi di bilancio statale. “Opportunismo, favoritismo e clientelismo” hanno tuonato i vertici di Cgil, Cisl e Uil. Lo statuto speciale trasforma “la Regione siciliana nel migliore alleato di Bossi” ha commentato Michele Vullo, segretario della Funzione pubblica Cgil, che ha denunciato la decisione come una “scelta ignobile. C’é uno strano baratto fra alti stipendi scambiati con il silenzio della base sul malaffare di una Regione decisa a gestire risorse e appalti sottraendoli ai Comuni e agli enti periferici”. Una tale situazione é il tipico frutto di un decentramento della spesa non accompagnato dalla responsabilizzazione per quanto riguarda le entrate. In sostanza é la dimostrazione che la soluzione istituzionale non é l’autonomia regionale, ma il federalismo.
Come puntualizza il tributarista Giulio Tremonti, vicino ai pattisti di Mario Segni, che con Giuseppe Vitaletti all’argomento ha dedicato il recentissimo libro Il federalismo fiscale. Autonomia municipale e solidarietà sociale (Laterza 1994): “Oggi si tratta di realizzare un vero federalismo. Che significa autogoverno, insieme, amministrativo e fiscale. A ogni livello territoriale va assegnato un potere di entrata e di spesa con la logica del budget aziendale”. Come dire che ogni livello politico deve avere autonomia impositiva e deve sapere di non poter spendere più di quanto raccolto attraverso le imposte locali di sua competenza.
Le forze politiche, a ben vedere, hanno idee diverse su quali imposte assegnare localmente, quali mantenere centrali e sull’entità del trasferimento al governo. Antonio Martino, economista di Forza Italia, lancia una provocazione: “Va tolta la potestà impositiva allo Stato per attribuirla in esclusiva agli enti locali”. E Pagliarini della Lega afferma: “Deve essere chiaro il principio che i soldi raccolti con le tasse in un territorio appartengono ai cittadini che abitano in quel territorio”. Il Pds propone nel suo programma di “mantenere allo Stato i contributi sociali (destinati a finanziare le pensioni), mentre le imposte vanno ripartite metà e metà tra governo centrale e livelli decentrati”. Le differenze dipendono da quali funzioni pubbliche le forze politiche pensano che debbano restare allo Stato centrale e da quanto grande sia l’ammontare da destinare alla redistribuzione territoriale per sostenere lo sviluppo delle aree meno avanzate. Ma al di là delle diverse proposte, tutti evidenziano quale sia il principale vantaggio del rinnovamento istituzionale proposto: il controllo democratico delle spese. Tuona il Pds: “Basta con i conflitti centro-periferia, con la convinzione diffusa che le tasse siano destinate solo alle esigenze di Roma”. Aggiunge Tremonti: “Saranno creati meccanismi di controllo da parte dei contribuenti”. Incalza Martino: “E gli amministratori locali dovranno per forza essere responsabilizzati nelle loro decisioni di spesa”.

Stabilire le tasse e la capacità di spesa
Insomma: il primo passo di questo federalismo non più visto solo con gli occhi dei Settentrionali, é forse quello decisivo. Si tratta di riunire in un unico livello di decisione democratica la capacità di stabilire le tasse e la capacità di spendere. La spesa costituisce infatti uno dei sistemi attraverso i quali i politici cercano consenso. E indubbiamente lo stabilire le tasse é uno dei momenti nei quali i politici mettono questo consenso a rischio. Dunque, agli stessi politici oltre all’onore di poter spendere deve spettare l’onere di stabilire quanto i cittadini debbano pagare di imposte. Questo costituisce un rapporto democratico molto preciso: il cittadino paga per avere in cambio un servizio. Così é spinto a controllare che il servizio valga il denaro che é stato speso per fornirlo. Compito dell’opposizione, come avviene in tutte le democrazie, sarà quello di raccogliere il dissenso sull’operato di una amministrazione e vincere le elezioni successive per poi dimostrare di essere, eventualmente, capace di fare meglio.
Questo principio non può non favorire allo stesso modo il Sud e il Nord. Perché risponde al bisogno, avvertito ovunque, di controllare la qualità del servizio pubblico allo stesso modo in cui si controlla la qualità di ciò che si compra privatamente. E’ una questione, innazitutto, di trasparenza. Scrive Giuseppe De Rita, presidente del Cnel: “Abbiamo vissuto negli ultimi quindici-venti anni una fase di rancore e fastidio crescenti nei confronti delle amministrazioni, centrali e periferiche, che in parte sono dovuti a una qualità dei servizi relativamente bassa, alla inefficienza dei servizi pubblici centrali e periferici, ma sopratutto a una sorta di opacità che tutti i cittadini avvertono tra i loro interessi, i loro bisogni e la realtà degli interventi della pubblica amministrazione”. Ciò che compriamo privatamente dipende da noi, continua De Rita, e decine di riviste specializzate ci aiutano nella scelta, mentre chi offre i servizi e i prodotti tende sempre più chiaramente a comprendere che devono farsi in quattro per assistere i clienti negli acquisti e per battere la concorrenza. “Nel momento in cui usciamo dalla sfera del privato e del domestico, la qualità non é più affidata a noi, é affidata ad altri, noi possiamo solo darne un giudizio negativo: sugli insegnanti, sulla nettezza urbana, sulla qualità dei trasporti pubblici. Questo alla fine crea una divaricazione tra la soddisfazione di poter esercitare nel privato l’opzione di qualità, e l’impossibilità di farlo nella sfera eétra-domestica ed eétra-privata, cioé pubblica. Era inevitabile che la divaricazione crescente portasse al rancore e al disprezzo per un’amministrazione o per delle amministrazioni che non ci danno qualità adeguate o che si creasse in noi il sospetto che il servizio serve più a chi lo eroga che all’utente, serve più al postino che alla persona che aspetta la posta e più all’insegnante che alla persona che manda i figli a scuola”. Il Sud é tanto più colpito da questo fenomeno in quanto la spesa pubblica nel Mezzogiorno é più concentrata sul mantenimento del personale statale e meno sulla qualità dei servizi che al Nord. Anche per questo la gente del Sud, come dice Putnam, accomuna nel giudizio di illegittimità le amministrazioni statali e quelle regionali, mentre i settentrionali tendono almeno a salvare le autorità locali. Ma per tutti gli italiani resta il problema di costruire un sistema che consenta, e anzi imponga, una maggiore trasparenza nei rapporti tra pubblico e privato. “Non é solo l’utente” conclude De Rita “ma anche l’amministrazione ad aver bisogno di trasparenza, altrimenti il suo servizio, la sua legittimazione al servizio, la sua legittimazione ad operare, la sua capacità di essere classe dirigente di quel servizio vengono a cadere. In questa prospettiva ci sono due riferimenti fondamentali: da una parte dare spazio a chi usa il servizio (quindi le associazioni dei consumatori, degli utenti, i difensori dei diritti di vario tipo), e dall’altra, invece, dare spazio alla riflessione di chi esercita e gestisce il servizio, cioé delle amministrazioni, specialmente quelle locali, che in qualche modo si devono ritrovare per vagliare le proprie esperienze e per capire che cosa stanno facendo”.
Dare più spazio alle amministrazioni locali per ricostruire la legittimità del sistema politico: il che significa, innanzitutto, redistribuire i poteri e innovare le istituzioni. Armando Sarti, consigliere del Cnel, non esita a preconizzare l’avvento di una nuova “età comunale” per determinare una svolta nel governo degli enti locali, delle loro aziende e delle Usl. Un nuovo apparato di leggi é già oggi in opera, scrive Sarti: “I fattori che favoriscono questo rinnovamento sono: l’autonomia statutaria e la potestà regolamentare, cioé la possibilità di avere una Costituzione locale; gli istituti di partecipazione, i diritti di accesso e di informazione, che tendono ad affermare la partecipazione come un elemento della qualità globale dei servizi e come variabile economica positiva; i più precisi e definiti compiti e funzioni dei Comuni, delle Provincie e delle Aree metropolitane, le forme associative e di cooperazione, gli accordi di programma, le joint ventures intercomunali; le competenze più specificate dei Consigli comunali e provinciali, del Sindaco e del Presidente, che hanno liberato i Consigli, veri organi di indirizzo e di controllo, dall’appesantimento di tante incombenze; un governo (sindaco, presidente e giunte) eletto entro un termine vincolante; l’elezione sulla base di un documento programmatico; la sfiducia costruttiva attraverso la revoca e la sostituzione”. Ci vuole tempo perché le nuove leggi abbiano effetto. Ma ci vuole soprattutto una maturazione dei sistemi di partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Non basta il decentramento. Il fatto é, insomma, che per mettere in piedi un servizio pubblico davvero più trasparente, ci vuole un meccanismo istituzionale che faccia sentire ai cittadini di essere i veri proprietari degli organismi che lo producono. E un sistema politico che faccia sentire agli elettori di essere determinanti per la sua direzione.
Il quadro istituzionale, infatti, deve essere organizzato in modo da consentire ai cittadini di determinare quali servizi debbano essere forniti dal pubblico e quali dai privati, di controllare la qualità dei servizi pubblici e di indirizzare quelli affidati ai privati in maniera che rispondano alle esigenze della gente, democraticamente stabilite.
Il federalismo può essere un quadro istituzionale capace di rispondere a questi requisiti. I settori di intervento pubblico e quelli da affidare ai privati possono essere stabiliti in maniera diversa a seconda delle caratteristiche delle economie e delle culture dei vari Stati federali. La qualità dei servizi pubblici può essere meglio controllata in un ambito politico più preciso e coerente. Le regole che controllano il mercato e la concorrenza possono essere adattate alle condizioni di maggiore o minore sviluppo economico.

Proviamo ad immaginare il futuro
Che cosa significa tutto questo per il Sud? Che cosa può portare questo cambiamento? Si può prevedere che la vita a Napoli, in uno Stato federalista, migliorerebbe o che peggiorerebbe? Per rispondere vale la pena di distinguere la questione in almeno tre parti: economia, politica, cultura.
Le più recenti scoperte della ricerca sullo sviluppo economico indicano chiaramente che il mondo é cambiato. Non sono le politiche economiche nazionali a determinare il successo dei piani di sviluppo, ma il modo in cui le decisioni vengono applicate e gestite nella pratica a livelli territoriali più precisi. Proprio per sostenere questa tesi, Michael Porter, professore ad Harvard, tra i massimi esperti mondiali di economia aziendale, ha scritto un articolo dal titolo La ricchezza delle regioni, un chiaro aggiornamento del classico La ricchezza delle nazioni, il libro di Adam Smith, considerato il fondatore della scienza economica. La competitività, sostiene in sostanza Porter, non é un fenomeno nazionale: le industrie hanno successo nelle regioni dove si trova una massa critica di conoscenza specializzata, dove si formano insiemi di imprese simili che si fanno concorrenza. L’Italia é spesso esemplare, da questo punto di vista, perché é la terra dei distretti industriali. I più famosi a livello mondiale sono quelli del tessile di Biella e Prato, delle ceramiche di Sassuolo, del mobile della Brianza. Più recenti ma altrettanto potenti sono i distretti dell’occhialeria del Cadore, della sedia nella provincia di Udine, dello scarpone da sci di Montebelluna. Pochi osservatori si sono accorti dei distretti meridionali. Eppure tra Melfi, Avellino e Pomigliano sarà a pieno regime, da quì a pochi mesi, il polo di produzioni autoveicolistiche sul quale la Fiat giocherà il suo futuro. Nella stessa Napoli non mancano le filiere produttive che hanno caratteristiche analoghe a quelle dei distretti industriali del Nord: la pelletteria del centro partenopeo é ad esempio un fenomeno di prima grandezza. E pochissimi sanno che alla periferia Nord di Napoli é nata attorno alla IPM, azienda che detiene la leadership europea delle telefonia pubblica, una serie di aziende che, partite come fornitrici, si sono poi sviluppate autonomamente ed hanno conquistato propri mercati e livello europeo e mondiale. A Salerno si trova il distretto del pomodoro, che ha un potenziale di leadership mondiale. E a Solofra (Avellino), quello della concia.
E’ probabile che la relativa sottovalutazione dei distretti napoletani e campani dipenda da molti fattori. La pelletteria del centro partenopeo, ad esempio, manca di un marchio leader che faccia le funzioni di Marazzi e Iris a Sassuolo o di Nordica a Montebelluna. Inoltre, le difficoltà infrastrutturali e l’ambiente sociale, reso poco favorevole all’emergere di imprenditori innovativi dalla presenza di una criminalità diffusa, riducono il potenziale di crescita del settore. L’innovazione, lo sviluppo e la diffusione di nuove tecnologie, le possibilità di utilizzo delle aree deindustrializzate, la formazione sono sempre più fattori strategici di sviluppo fortemente dipendenti da politiche integrate di sviluppo territoriale. Sta di fatto che la vecchia politica dello sviluppo, concentrata sulle cattedrali nel deserto, ha chiaramente fatto il suo tempo. “In tutto il mondo” scrive Porter “la competitività dipende sempre di più dalle caratteristiche locali”. Ed in questo quadro, le stesse competenze artigiane a Napoli come nel resto del Mezzogiorno rappresentano una miniera d’oro, fino ad oggi poco sfruttata. Le scarpe, le borse, le cinture napoletane potrebbero conquistare i mercati e generare una quantità e una qualità di posti di lavoro molto maggiori di quelle che potrebbero essere create da un qualunque stabilimento decentrato di una grande azienda nazionale. Che cosa si può fare per sviluppare queste potenzialità? Se ne può discutere a lungo e le ricette possono essere diverse: c’é chi sostiene la necessità di incrementare l’istruzione di base, c’é chi punta sui centri di consulenza aziendale finanziati da società miste pubblico-private, c’é chi si concentra sugli investimenti nelle infrastrutture. Ma il criterio generale appena enunciato é valido in ogni caso: le scelte operate localmente sono probabilmente migliori di quelle stabilite a livello nazionale. Perché le mediazioni tra gli interessi sono più dirette a livello locale e perché la conoscenza dei problemi é maggiore. D’altra parte, le storie di aziende di successo che appartengono a un territorio hanno precise ricadute positive su quel territorio; creano un ceto sociale che può candidarsi a fare da classe dirigente, non solo nell’ambito imprenditoriale ma anche nel mondo del lavoro, e in questo modo fanno maturare il sistema politico che governa quel territorio. Tutto questo é però vero solo se l’istituzione che governa le scelte é davvero sentita come propria dalla gente.
L’esperienza dei paesi più avanzati dell’Ocse, a questo proposito, segnala di solito la superiorità dei sistemi federali. Le soluzioni tedesche e americane, ad esempio, appaiono molto spesso le più adatte a guidare le economie locali nella direzione di valorizzare al massimo le risorse locali. In una direzione di maggiore decentramento decisionale sono recentemente andati anche il Belgio, la Francia, la Spagna. Le autorità competenti sulla spesa per il sostegno dello sviluppo sono sempre più spesso le stesse autorità che presiedono alla raccolta fiscale. A livello nazionale sono decise soltanto le redistribuzioni marginali delle risorse per progetti riguardanti aree particolarmente depresse: ma in ogni caso i territori beneficiari devono partecipare alla progettazione e al finanziamento delle opere destinate al riequilibrio regionale dello sviluppo. Come dire: niente finanziamenti a pioggia, corresponsabilizzazione delle autorità politiche beneficiarie degli aiuti, preferenza per le forme di sviluppo autoalimentate dalle risorse locali.

Nuove regole per il mercato
Tutto questo presuppone il buon funzionamento del sistema di mercato. La politica dello sviluppo non é più dirigistica, é partecipata. Non é più orientata puramente al sostegno dei più poveri, richiede uno sforzo costante per migliorare la competitività. Il che implica che l’azione degli operatori, pubblici e privati, deve essere guidata dalle regole del mercato. Ma qui é necessaria una ulteriore precisazione: mercato non significa selvaggia libertà di azione, tutt’altro. Mercato significa regole: norme che garantiscano la concorrenza, che impediscano lo sfruttamento di posizioni dominanti, che favoriscano la qualità dei prodotti e dei sistemi produttivi in modo da garantire la salvaguardia dell’ambiente. Mercato significa trasparenza di queste regole. Cioé decisioni collettive sul modello di sviluppo desiderato dalla popolazione. Insomma: mercato significa democrazia economica. Una popolazione deve avere il diritto di scegliere attraverso i propri rappresentanti come spendere le proprie risorse in servizi garantiti gratuitamente a tutti i cittadini, deve poter imporre degli standard di comportamento agli imprenditori privati in tutti i casi in cui essi, con la loro azione, vanno a modificare il modo di vivere della gente. Ma i modi di vivere, le esigenze profonde, le scale di priorità variano da regione a regione. Il federalismo consente una distribuzione del potere che potenzialmente può generare decisioni diverse da regione a regione, adatte alle caratteristiche locali.
Vogliamo fare qualche esempio? A Napoli sono stati denunciati nel passato casi che si potrebbero definire di subappalto di posti di lavoro pubblico che erano quasi sempre motivati dalla necessità di avere tempo libero da dedicare ad attività che venivano giudicate più produttive. Magari sfruttando competenze artigianali che non potevano essere valorizzate nel posto di lavoro “principale”. Tutto questo é ovviamente contrario alle regole attuali del mercato del lavoro pubblico. Ma potrebbe anche segnalare la necessità di sostenere un diverso sistema di regole: più flessibile di quello nazionale, più adatto a valorizzare le qualità dei suoi lavoratori, che magari non potrebbero mantenersi facendo solo gli artigiani e che potrebbero preferire di avere un reddito per una parte formato da stipendio fisso e per un’altra dipendente dalle loro qualità di piccoli imprenditori. Se le regole di questi mercati del lavoro fossero stabilite da un corpo democratico locale potrebbe darsi che le soluzioni individuate non alimenterebbero più il sistema dell’illegalità contribuendo a far rientrare molto lavoro clandestino nell’economia formale.
I confini dell’illegalità, del resto, non variano solo in rapporto a leggi morali assolute. In molti casi sono il frutto di mediazioni. E possono essere molti i casi nei quali potrebbe non dimostrarsi utile, per Napoli, mediare con il Nord la soluzione dei propri problemi. Proviamo a fare un esempio. Se é vero che il mercato della droga é uno dei principali sostegni finanziari della Camorra, é possibile che Napoli trovi soluzioni originali a questo problema che potrebbero non essere adatte anche a Trento. Una sperimentazione di una forma di liberalizzazione controllata dell’uso di alcune sostanze oggi vietate, potrebbe ad esempio ridurne la scarsità, dunque il valore, e colpire di conseguenza i profitti illegali dei mercanti di droga.
Fantasie? E’ possibile. Ma non é fantasia la scoperta dell’accordo tra lo Stato di Roma e la mafia siciliana, storicamente avvenuto nell’immediato dopoguerra con la supervisione degli Stati Uniti, per la spartizione del potere in funzione anticomunista. Frutto di una mediazione di interessi nazionale e internazionale, quell’accordo non ha certo giovato allo sviluppo economico e alla maturazione politica della Sicilia. Del resto, considerazioni analoghe possono avere senso anche per la ‘Ndrangheta calabrese e per la Camorra campana. La società civile del Sud, che ha ampiamente dimostrato il suo bisogno di liberazione dallo strapotere della criminalità organizzata e la sua esigenza di democratizzazione, potrebbe oggi inventare le sue soluzioni, costruire il suo futuro senza aspettare che un’analoga volontà politica si manifesti anche in settori del paese meno sofferenti per determinati problemi. Per battere la criminalità organizzata, ad esempio, é ormai dimostrato che occorre che la gente scommetta sulla legalità più volentieri che sull’illegalità: cioé che il consenso raccolto dal sistema istituzionale democraticamente controllato sia maggiore di quello ottenuto dai poteri che si fondano sulla violenza. E’ probabile che il sistema istituzionale più capace di raccogliere tale consenso sia quello che meglio ritaglia le soluzioni sulle esigenze locali, quello che determina maggiore sviluppo, quello che la gente più sente come proprio.
Già: il problema della partecipazione é anche un fatto culturale. Anzi, forse é soprattutto questo. La gente misura la qualità della propria azione nel suo contesto, si adatta meglio al proprio ruolo sociale, in funzione di quella che considera essere la propria identità. E’ probabile che l’identità e la cultura meridionale si sia progressivamente indebolita dopo la conquista piemontese, dopo la ventata patriottica del fascismo, dopo l’emigrazione e l’accelerata industrializzazione del Paese. E’ probabile che in questo modo la gente del Sud si sia adattata a una condizione di sudditanza e non abbia espresso una volontà di cittadinanza. Abbia subito le decisioni prese da altri. Abbia tutt’al più tentato di ottenere favori inviando mediatori a Roma che sono diventati più padrini che rappresentanti democratici. Del resto, al momento dell’unificazione italiana, il Sud era appena uscito da un sistema feudale e stava tentando di sviluppare alcune proprie forme di mercato, abortite non a caso proprio con l’arrivo dei piemontesi.

Ricostruire un’identità meridionale
Ma a questo punto non c’é più tempo da perdere: é necessario ricostuire un’identità meridionale. Una cultura antica e sofisticata come quella che si trova tradizionalmente a Napoli e a Palermo, a Lecce a L’Aquila e a Sassari, va valorizzata, non più compressa. L’autodeterminazione, il senso di poter decidere il proprio destino, é una miniera di risorse, di energie. E’ ora che i sudditi meridionali diventino cittadini di uno Stato democratico che sia il loro.
Tutto questo non ha niente a che vedere con la seccessione. Nessun federalista vero direbbe che il Meridione si debba arrangiare da solo. E del resto, le aree che hanno bisogno di aiuto non sono tutte al Sud, mentre le aree che possono dare aiuto non sono solo al Nord. Scrive Gianfranco Morra in Breve storia del pensiero federalista (Mondadori 1993): “Il rifiuto dello stato assistenziale non é né il rifiuto dello stato, né il rifiuto dell’assistenza. E’ il rifiuto di una partitocrazia ignorante e proterva, che ha occupato lo stato facendo finta di assistere i cittadini, in realtà assistendo quasi soltanto se stessa, spogliando i cittadini dei loro redditi senza con ciò offrire assistenza adeguata. Il rifiuto dello stato assistenziale partitocratico potrà, anzi, fare nascere, nella Seconda Repubblica, il vero stato sociale: quello che limita il proprio potere, che organizza senza sostituire e senza espropriare coordina, consentendo così alle autonomie federali una gestione umana ed efficace del servizio sociale”. E aggiunge Morra: “Qualcuno, anche in buona fede, teme che il federalismo rompa l’unità del nostro paese e conduca alla secessione. E’ vero proprio il contrario. In senso socioculturale la secessione non é un compito da realizzare. Essa solo giuridicamente non c’é, ma nella realtà esiste da sempre. Tre Italie solo apparentemente unite, in realtà profondamente diverse per costumi, attività economiche, coscienza etico-politica, stili di vita. Il trionfo della soluzione unitaria nel risorgimento, paradossalmente incarnata dal rivoluzionario Mazzini e dallo statalista Cavour, riuscì a soffocare la prevalente proposta, laica e cattolica, della federazione, ma non riuscì a fare una reale unificazione. Massimo d’Azeglio osservò che l’Italia era stata fatta, ma non gli italiani; fu una pietosa menzogna. In realtà, neppure l’Italia fu fatta: fu occupata, non unita, statizzata, non solidarizzata; burocratizzata, non liberalizzata. La secessione del Sud data dalla proclamazione del Regno. Negli anni successivi, lungi dall’essersi attenuata, s’é accentuata. Soprattutto negli ultimi decenni, assistenzialismo e partitocrazia hanno distrutto le forze autonome dello sviluppo del Mezzogiorno, per farne una colonia da assistere e un magazzino di voti da comprare. In tal modo i problemi, anzi i drammi del Sud non si sono affievoliti, ma aggravati. Mentre la via del federalismo (che lo Stato unitario del Belgio ha sentito la necessità di percorrere), proprio perché é la via dell’autonomia e della collaborazione, potrebbe porre il Mezzogiorno sulla giusta via per risolvere i suoi problemi, in quanto le poche unità costituenti la federazione sarebbero autonome di scegliere quel modello di sviluppo e quelle relazioni economiche, che risultassero più consone alla propria realtà socioculturale. Né uniformità, né secessione ma federazione e unificazione: non é un caso che gli stati più saldi del mondo siano proprio quelli federali”.
Né é probabilmente un caso che l’attività di perequazione tra le aree più e meno sviluppate trovi un maggiore successo proprio negli Stati federali. E’ un compito preciso del governo centrale, ad esempio, in Svizzera. Si legge nella Costituzione elvetica, all’articolo 42-ter, che “La Confederazione promuove la perequazione finanziaria fra i Cantoni. Nell’assegnazione di sussidi federali, deve essere tenuto conto, in particolare, della capacità finanziaria dei Cantoni e delle condizioni delle regioni di montagna”. In ogni caso, comunque, i bilanci degli Stati o dei Cantoni e quello del governo centrale, sono autonomi e reciprocamente indipendenti. La finalità é proprio quella di responsabilizzare i governi locali e centrali nell’uso delle risorse che chiedono alla popolazione. Le istituzioni federali sono per propria natura votate a una gestione finanziaria sana.
Non si può certo dire lo stesso del sistema centralistico italiano. L’enormità del debito pubblico lo dimostra. Ed é ormai dimostrato che proprio l’insano sistema fiscale italiano é stato coscientemente utilizzato dal vecchio regime di Tangentopoli per sostenere sé stesso e le sue cattive abitudini. Scrive Tremonti: “Il sistema fiscale é stato parte fondamentale di questo regime. Per un triplo ordine di ragioni, relative alla concentrazione, alla posizione, alla applicazione del potere finanziario e fiscale. E in particolare: a. il potere finanziario é stato per cominciare totalmente concentrato nello Stato, attraverso l’azzeramento dell’autonomia finanziaria degli enti locali, trasformati in puri centri di spesa (qualcosa come 30 mila sportelli di spesa sparsi sul territorio); b. il potere finanziario dello Stato é stato poi sviluppato nel modo più radicale possibile; si é infatti ripudiato il modello fiscale “liberale”, che si basa sulla detassazione del reddito risparmiato e investito dai privati, per loro libera scelta e sul libero mercato, in usi e impieghi socialmente meritevoli: fondi di previdenza, assistenza, eccetera; all’opposto si é adottato il modello più radicalmente “fiscale”, basato sulla tassazione di tutto il reddito prodotto (salva una sterminata franchigia a favore dell’evasione) e sulla sua redistribuzione in forma di spesa pubblica; é questo, evidentemente, il modello di organizzazione della finanza pubblica che assicura allo Stato la possibilità di esercitare al massimo grado la funzione di intermediazione e di arbitraggio nella circolazione e nella distribuzione della ricchezza; é lo Stato a prelevare, é ancora lo Stato (non i privati, non le famiglie, non il mercato) a decidere ciò che é socialmente meritevole e a produrlo (con l’Inps, con le Ussl, eccetera); c. il potere fiscale é stato legalmente modulato secondo il modello della franchigia per l’evasione e del favore per il debito: la franchigia all’evasione é stata garantita dalla legislazione fiscale, basata su regimi contabili che grottescamente costituivano a favore dell’evasore uno scudo insuperabile contro il fisco stesso; il favore per il debito, notevole in generale e soprattutto in caso di debito pubblico, é stato poi formalizzato prima dall’esenzione fiscale totale accordata ai titoli della rendita pubblica e poi da una tassazione diretta puramente simbolica, accordata alle persone fisiche portatrici anonime dei titoli stessi”. Per Tremonti non ci sarebbe stato il malgoverno degli ultimi decenni “se non ci fosse stato un fisco basato sul modello dell’evasione e del debito: evasione elettrice al Nord, benefici a pioggia nel Sud, il paese unificato dalla rendita pubblica”. E conclude: “La nuova costituzione fiscale dovrà definire cosa deve fare lo Stato e cosa può fare il mercato; cosa deve fare il governo centrale (lo Stato) e cosa devono fare i governi locali (le Regioni, le Province, i Comuni). Ancora, quanto sacrificio va richiesto alla gente, in termini di solidarietà nazionale, e quanto può essere invece richiesto dalla gente, in termini di beneficio particolare”.

Nuovi sentieri di sviluppo
Insomma: gli argomenti fin qui proposti, seppure in alcuni casi soltanto accennati, non saranno forse decisivi, ma certamente inducono a ritenere ammissibile, se non probabilmente necessario, un serio esame delle potenzialità offerte al futuro sviluppo del Meridione da un ripensamento istituzionale in senso federalista della Costituzione italiana. Che cosa si é detto, in sintesi? Che lo Stato centralistico non é stato in grado di attuare una politica economica realmente efficace per avviare il Meridione in un sentiero di sviluppo capace di autoalimentarsi. Che non ha saputo neppure offrire al Sud un sistema di servizi pubblici paragonabile per qualità a quello realizzato al Nord. Che alla radice di molte inefficienze c’é stato un insieme di decisioni che, se avevevano come effetto collaterale un trasferimento di risorse finanziarie in favore delle regioni del Sud, erano pensate e gestite in maniera coscientemente orientata a fare principalmente gli interessi del centro politico della nazione. E’ questo lo scandalo più incredibile e ingiusto che é ormai venuto alla luce. Il meccanismo era tanto semplice e connaturato al sistema centralistico da essere alla fine divenuto persino ovvio: ottenere stanziamenti per Napoli, ad esempio, significava andare a Roma a chiederli, accettando di dipendere dallo Stato centrale anche per l’assegnazione di fondi pubblici che in parte lo stesso Meridione aveva prodotto. Mediando a Roma, i rappresentanti del potere politico napoletano diventano di fatto gli esecutori di una strategia che prevedeva la cessione di autonomia decisionale e creativa in cambio di soldi. Purtroppo, non é possibile affermare che se i fondi spesi in questo modo nel Meridione fossero stati gestiti completamente dai rappresentanti politici locali i loro effetti sarebbero stati miglior. Quasi sempre, infatti, i politici nazionali sono stati gli stessi che, come abbiamo visto, di nome o di fatto, da soli o in “associazione” hanno gestito tali fondi a livello locale. Di sicuro si può però affermare che nel modo in cui sono stati utilizzati, si sono rivelati ben poco produttivi.
Il problema attuale non é tanto quello di andare a vedere che cosa succede adottando un altro sistema, quanto quello di costruire sulla base dell’esperienza, dei meccanismi istituzionali in grado di ovviare alle inefficienze del passato regime.
Il federalismo non é un demonio da esorcizzare, partorito dalla Lega Nord. Lo dimostra il fatto che lo stesso Pds, in particolare quello dell’Emilia Romagna, ci sta pensando in maniera quanto mai approfondita. Un esame delle conclusioni di tale ricerca può servire in questo libro proprio per liberare la mente dai pregiudizi, prima di passare a una riassuntiva serie di proposte per un federalismo visto da Sud.
Luigi Mariucci, consigliere della Regione Emilia Romagna, ha fatto un primo passo, decisivo, nel novembre del 1992, proponendo una riforma dello Stato in senso regionalista con argomentazioni francamente federaliste. “Un vero ordinamento regionalista, come insegna l’esperienza comparata, non può incidere solo nella distribuzione dei poteri e nel modo di acquisire risorse. Deve investire la forma dello Stato, le funzioni e le strutture del Parlamento. In un ordinamento regionalista occorre che le Regioni, le comunità regionali siano rappresentate nel centro costituzionale della Repubblica”. Altro che mero decentramento! Mariucci vuole portare fuori le Regioni dal semplice localismo per dare loro una rilevanza istituzionale di livello nazionale. Del resto, l'”ispirazione federalista” era prevista in un progetto di riforma istituzionale proposto dal Pds bocciato di stretta misura alla Bicamerale. Ed é ancora Mariucci che afferma senza mezzi termini che “federalismo” non va considerata una “cattiva parola, per la paura dell’uso ambiguo che di quella parola fanno le Leghe”, anzi. “Federalismo é una parola che appartiene alla tradizione democratica e progressista, da Kant a Proudhon, da Hamilton a Carlo Cattaneo, fino a Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. E’ un filone di pensiero che attraversa le migliori culture politiche dell’Ottocento e del Novecento, il pensiero liberale, democratico, cattolico-democratico e anche socialista. Federalismo é un modo per unire e non per dividere: é una concezione pluralista del potere e della società, una concezione quindi anti-giacobina, anti-autoritaria, pacifista. Federalismo significa dire che l’organizzazione politica della comunità va costruita non concentrando i poteri al centro, ma articolandoli, dal basso, trattenendo nelle comunità locali e regionali i poteri necessari all’autogoverno e trasferendo ai livelli superiori i poteri necessari ad assicurare l’unità e la sicurezza della comunità. Federalismo non significa, dunque, chiusura egoistica e localistica. Significa al contrario cosmopolitismo: non ci sarà unità europea senza federalismo, così come non ci sarà governo democratico dell’ordine mondiale senza elementi di federalismo. Perciò io penso che, nella situazione italiana di oggi, dove occorre ricostruire su basi nuove l’unità e la solidarietà nazionali, in prospettiva europea, l’uso di questo termine (“ispirazione federalista”) sia corretto”.
Mariucci quindi propone la netta distinzione delle competenze di Stato e Regioni, prevedendo esplicitamente i compiti (limitati) del governo centrale e attribuendo alle autorità locali competenza su tutte le altre materie. E’ il rovesciamento del pricipio costituzionale attuale, che invece prevede esplicitamente ciò che le Regioni devono fare, limitandone molto l’autonomia, e lascia tutto il resto allo Stato. Inoltre, Mariucci propone che il Senato si trasformi nell’assemblea parlamentare che rappresenta le Regioni cessando di essere solo un inefficiente doppione della Camera dei Deputati.
Anche nel Pds si torna così a citare Carlo Cattaneo: “Occorre cedere ad istituzioni politiche superiori quella sola parte di potere che torna utile cedere per la migliore funzionalità della vita sociale e trattenere invece tutti i poteri di cui non si possa dire altrettanto, amministrandoli nell’ambito delle circostrizioni che sono nate dalla storia e hanno in essa la loro patente di legittimità”. A Bruéelles, questo principio é diventato la base fondamentale dell’azione dell’Unione europea e si chiama “principio di sussidiarietà”: nessun livello superiore deve occuparsi di materie che possono essere efficacemente trattate da un livello inferiore. I poteri fondamentali che servono alla vita collettiva vanno affidati a entità riconosciute come proprie dalla gente: le Regioni o forse le macroregioni che meglio rispecchiano la storia profonda del Paese, sono le aggregazioni che possono aspirare a ottenere la massima legittimità. Saranno poi le macroregioni, volendosi mantenere unite tra loro per dare vita a uno Stato federale più forte della somma delle sue componenti, a cedere una parte dei loro poteri al centro. Definendoli strettamente, però, in modo da non perdere autonomia e creatività decisionale.
Il mutamento rispetto al vecchio regionalismo non potrebbe essere più ampio. Il significato politico e amministrativo delle Regioni era già limitato dalla Costituzione, che destinava al centro tutta l’autonomia e la creatività decisionale, lasciando alle Regioni solo alcuni compiti definiti e standardizzati. Era poi stato definitamente ucciso dalla riforma tributaria dei primi anni Settanta, non a caso decisa proprio nel momento in cui le limitate autonomie regionali comunque previste dalla Costituzione venivano finalmente realizzate, con una ventina d’anni di ritardo. Pur di non perdere neppure un briciolo del suo potere, lo Stato centrale ha eliminato ogni libertà impositiva degli enti locali, li ha resi dipendenti dai trasferimenti decisi da Roma, li ha trasformati in sottoprodotti del sistema centrale. Lo conferma lo stesso Mariucci: “Le attuali Regioni sono la testimonianza del fallimento annunciato del vecchio regionalismo. Le Regioni finora infatti hanno riflesso tutti i mali del sistema politico e istituzionale: esse sono prive di identità, e sono quindi intese come pure agenzie di spesa decentrata. Perché riflettono, nella loro organizzazione interna, il modello ministeriale: gli assessorati sono attrettanti feudi, costruiti, appunto, sullo schema ministeriale”. Fa addirittura impressione ascoltare parole e concetti di questa precisione e durezza da un amministratore che ha davanti agli occhi l’esperienza dell’Emilia Romagna. E’ la ennesima dimostrazione del fatto che quando si parla della Campania, dire che non ci sono parole non é soltanto un eufemismo, ma la consapevolezza allo stesso tempo dei gravissimi ritardi e delle grandissime responsabilità che gravitano di fatto sui campani nella fase che si potrebbe aprire da quì a poco.
Le conseguenze di politica economica che potenzialmente sono contenute in una riforma federale dello Stato, sono stati affrontati da tutti i principali partiti, dalla Lega a Forza Italia e al Pds. Un liberismo piuttosto spinto distingue le proposte della destra. Come é giusto che sia un maggiore accento al solidarismo si trova invece nelle idee propugnate dalla sinistra. Per tutte queste forze politiche, però, l’idea federalista stimola innovazioni istituzionali e organizzative piuttosto significative. Nessuna sostiene che il passaggio al federalismo debba annullare ogni forma di trasferimento di risorse dalle regioni ricche a quelle meno sviluppate. Tutte vogliono poteri fiscali ben distinti tra livelli locali e centrali dello Stato, tutte vogliono il mantenimento della destinazione di una certa quota del gettito in favore dei meno abbienti. Variano, e spesso di molto, le quantità, ma la qualità del ragionamento sembra trovare un vasto consenso.
Sembra dunque che una serie di tabù stiano crollando. Del resto, il centralismo era il sistema preferito dal sodalizio Craéi-Andreotti-Forlani, dai loro partner finanziari, dai feudatari locali come Gava e Cirino Pomicino. Al posto del vecchio regime c’é ora una situazione nella quale non sono ancora sufficientemente definiti quali sono gli interessi prevalenti. E’ una situazione non del tutto chiara ma che comunque presenta potenzialità nuove per tutti coloro che, nel vecchio sistema, si erano visti colpiti e mortificati nei loro interessi.
In che cosa può consistere dunque un federalismo visto da Sud? In un insieme molto preciso di autonomia istituzionale, democrazia fiscale, economia di mercato e identità culturale. Non vale certo la pena di discutere quale aggregazione macroregionale vada meglio per il Sud. Che si vogliano tener distinte le isole dal Meridione continentale, che si voglia dividere l’Est adriatico dall’Ovest tirrenico e ionico, che si preferisca mantenere l’ottica consolidata delle attuali regioni o che si immagini invece di ricostituire una sorta di Repubblica delle Due Sicilie, poco importa in questa sede. L’essenziale é definire il sistema di regole nuovo che si può oggi costuire nel territorio che gravita attorno al capoluogo campano grazie alla seconda Rivoluzione napoletana.

La ricetta del federalismo
E allora si possono passare in rassegna i capitoli di questa proposta di federalismo visto da Sud. Autonomia istituzionale, innanzitutto. La regione o macroregione di Napoli si deve poter dotare di un sistema decisionale in grado di prendere decisioni ritagliate sulle esigenze della sua gente, senza mediazioni superflue con il potere di Roma, senza vivere del cordone ombelicale che fino ad ora l’ha legata e soffocata. Che cosa significa? Che Napoli pensi sia il proprio destino che la propria quotidianità come qualcosa che essa stessa può determinare, senza più aspettare il favore del padrino di turno. Un padrino che, nell'”aiutarla”, le toglie inventiva e forza propulsiva.
In secondo luogo, democrazia fiscale. Utilizzando con senso di responsabilità le risorse raccolte tra la sua gente, controllandone la destinazione più da vicino, impedendo che si disperdano nei rivoli determinati dalle vecchie, superflue mediazioni.
In terzo luogo, economia di mercato. Per regolare gli scambi di lavoro e di merci in modo adatto alle caratteristiche dello sviluppo locale, per controllare il rispetto delle leggi valorizzando l’imprenditorialità della gente. Perché emergano, all’interno delle regole, i più bravi e non i più favoriti o i più potenti. Inventandosi anche forme contrattuali che favoriscano l’accesso dei giovani al lavoro, che rispettino il bisogno di flessibilità che tanti napoletani manifestano in mille modi quasi sempre informali. Scoprendo nuove forme di lavoro “per progetti”, non necessariamente a tempo pieno, che possano aiutare a risolvere i problemi del traffico, degli anziani, dell’ambiente, della salvaguardia dei beni culturali. Lavori che oggi non si creano anche per la difficoltà di mediare tra gli interessi delle tante realtà economiche diverse esistenti in Italia, ma che potrebbero facilmente essere attuati in un contesto di autonomia istituzionale e fiscale.
Infine, valorizzazione dell’indentità culturale napoletana e meridionale. Perché, come abbiamo detto, la legittimità di un sistema dipende anche, e soprattutto, dal fatto che la gente deve sentire quel sistema come proprio, deve essere orgogliosa del ruolo che quel sistema svolge nel contesto nazionale e internazionale. Se Napoli é una città mediterranea, se la sua storia e il suo destino si giocano nel contesto economico e culturale del Mediterraneo, occorre che i napoletani sentano di poter valorizzare in pieno questa loro caratteristica. Ogni vero sviluppo si fonda e si consolida sulla capacità di trasformare le caratteristiche locali in risorse.
L’Italia si trova di fronte alla più grande ristrutturazione della sua storia recente. Il Paese ospita una doppia struttura economica e politica: da una parte, nei distretti industriali del Veneto, dell’Emilia Romagna e anche di Napoli, assomiglia a una Taiwan, iperattiva, molto produttiva, in grado di esportare in tutto il mondo, orientata a un liberismo talvolta tanto sfrenato da sfociare nell’illegalità; dall’altra parte, assomiglia a una Polonia post-comunista, dominata da un’inefficiente e onnivora macchina statale che occorre riorganizzare, privatizzare, e anche (nelle sue componenti più feudali, burocratiche e mafiose) semplicemente cancellare. Ma il Paese é maturato mentre il vecchio sistema é marcito. Ora occorre che la sua imprenditorialità venga indirizzata in un sistema di regole che impediscano gli eccessi del capitalismo selvaggio e anzi valorizzino le vere competenze, quelle che si possono efficacemente confrontare con il mercato internazionale. Occorre che i problemi ambientali e culturali che il vecchio regime si é lasciato alle spalle vengano affrontati dando proprio a coloro che li sopportano quotidianamente la possibilità e la responsabilità di decidere le soluzioni. Il sentiero della ristrutturazione é probabilmente diverso nel Nord-Est, in Piemonte, in Lombardia, nel Centro e al Sud. Il Piemonte può guardare a Detroit o a Lione. Il Nord-Est può scegliere tra un maggiore liberismo e l’applicazione di un modello alla tedesca. Il Sud può tenere presente l’esperienza delle grandi privatizzazioni dei Paesi che stanno affrontando la transizione dal socialismo reale al mercato. La Slovenia, per esempio, sta dimostrando che é possibile uscire gradualmente dallo statalismo più spinto, esportando molto, sostenendo il valore della moneta, attirando capitali e joint ventures, valorizzando le competenze manageriali degli eé-funzionari delle imprese pubbliche e trasformandole in imprenditorialità. Chi creda che tutto il destino del Sud dipenda dagli aiuti statali commette un errore imperdonabile: con un sistema più legittimato, il Meridione d’Italia potrebbe diventare una mecca per gli investimenti stranieri che cercano un buon mercato locale, elevate competenze e disponibilità di manodopera. Ma potrebbe anche, e forse soprattutto, diventare la terra promessa della piccola imprenditorialità che già oggi la popola, ma di nascosto, come temendo di essere scoperta.
La ristrutturazione del Paese non può avvenire con un unica politica uguale per tutte le aree. Una privatizzazione drastica sarebbe un dramma socialmente troppo duro per il Sud. Ma mantenere gli attuali livelli di intervento pubblico soffocherebbe le dinamiche economiche in atto, in special modo in zone come il Nord-Est. Il processo, inevitabile, di riorganizzazione dell’Italia va gestito con i tempi e i modi adatti alle varie situazioni locali. Il federalismo, visto da Sud come da Nord, é dunque qualcosa di più di una possibilità teorica: é una buona idea pratica, una strada concreta per provare a vivere meglio.

EPILOGO

Ci sono state più cose negli ultimi anni in questo Paese, caro lettore, di quante ne riuscivamo a sognare nelle nostre filosofie e a prevedere nelle nostre analisi politico sociali.
Le parole con cui Amleto si rivolge ad Orazio alla fine del primo atto, ovviamente parafrasate, sembrano scritte apposta per riassumere quanto è successo alla fine della prima repubblica. […]
Dall’indimenticabile 1989 ad oggi le novità sul terreno istituzionale, politico, economico, giudiziario, si sono succedute ad un ritmo praticamente forsennato. E si è dimostrata estremamente complicata non soltanto la guida ma anche la stessa comprensione di quanto sta avvenendo. Del resto, occorre riconoscere che come sempre accade in periodi così tumultuosi, la direzione e le caratteristiche del cambiamento non sono univoche né gli equilibri raggiunti sono stabilizzati.
E dentro tutto questo, Napoli.
Napoli appesa ad un filo, tra la paura di non farcela e la voglia di credere in se stessa.
Napoli ad un passo dal terzo millennio ed un futuro ancora tutto da conquistare.
La chiave è tutta qui, nel volto che i napoletani sapranno e vorranno dare al loro futuro.
Non ci fosse stato Edgar Morin e la sua demolizione dell’Happy End, questo poteva essere il momento giusto per concludere il nostro lavoro con un consistente elenco di buoni propositi e di belle speranze. Essendo tale via preclusa, occorre necessariamente cercarne un’altra.
Proviamo a farlo cercando auto a più antico libro di saggezza cinese, l’I Ching, che, tradotto in italiano, sta per Il Libro dei Mutamenti. In estrema sintesi è possibile affermare che che esso si basa sull’esame condotto da alcuni grandi saggi nel corso dei millenni su 64 esagrammi che rappresentano, come afferma Carl Gustav Jung nella sua prefazione all’edizione curata da Richard Wilhelm, «lo strumento mediante il quale si può determinare il significato di sessantaquattro situazioni differenti e insieme tipiche». Fermiamo la nostra attenzione sugli esagrammi n. 23 e 24.
Il primo dei due è determinato «Po». che in italiano viene tradotto con «La Frantumazione». Nelle prime righe della sentenza – una sorta di illustrazione delle caratteristiche generali dell’esagramma -, si legge: «E’ un empo nel quale gli ignobili stanno avanzando e sono orma in procinto di rimuovere gli ultii forti e nobili».
Nel commento attribuito a Confucio e ai suoi discepoli si afferma inoltre: «Questo esagramma, considerato assieme a quello successivo, mostra il nesso tra putrefazione e resurrezione. Il frutto deve marcire prima che il nuovo seme possa svilupparsi».
L’esagramma successivo, il n. 24, è infatti «Fu», che viene tradotto con «Il Ritorno, La Svolta». L’inizio della sentenza dice: «Dopo un tempo di decadimento viene la svolta. Riappare la forte luce che prima era stata cacciata. Vi è movimento».
La tentazione di rappresentare attraverso i due segni il recente passato e il futuro della città è forte, ma ancora una volta si correrebbe il rischio di finire fuori strada. Solo una lettura superficiale del Libro dei Mutamenti può infatti indurre nell’errore di considerare automatico e scontato il passaggio dalla frantumazione alla svolta. Niente è più lontano non solo dalla realtà ma dagli stessi insegnamenti che hanno giustamente reso l’I Ching uno dei più importanti testi della letteratura e della saggezza di ogni tempo.
Bisogna rassegnarsi. Non c’è alternativa al fatto che in ogni momento sono davanti a noi futuri diversi che con le nostre azioni individuali e collettive contribuiamo a rendere più o meno possibili. E in questo giardino dei sentieri che si biforcano sarà probabilmente molto utile, come ha raccontato Borges, fissare i propri comportamenti con la precisione ed il rigore di chi ha davanti agli occhi una impresa già compiuta, di chi sente la necessità di imporsi «un futuro che sia irrevocabile come il passato».
Sperando che sia quello giusto.

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